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Visita di Sua Santità Francesco al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014): Discorso al Parlamento Europeo, 25.11.2014


Visita di Sua Santità Francesco al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014): Discorso al Parlamento Europeo

Visita del Santo Padre al Parlamento Europeo

Discorso del Santo Padre

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua spagnola

Giunto all’aeroporto internazionale di Strasbourg/Entzheim, alle ore 9.50, il Santo Padre Francesco si è trasferito in auto alla sede del Parlamento Europeo, accolto dal Presidente, On. Martin Schulz. Dopo l’esecuzione degli inni da parte della banda militare, il Papa ha raggiunto in auto l’Espace Mariana de Pineda, l’ingresso d’onore del Parlamento. Qui ha avuto luogo la presentazione delle due Delegazioni, dei 14 membri del Bureau del Parlamento e degli 8 Presidenti dei Gruppi Politici dell’Assemblea.

Prima di entrare nel Salone Protocollare, dove ha incontrato il Presidente Martin Schulz alla presenza di alcune Autorità politiche ed ecclesiastiche, il Papa ha apposto sul Libro d’oro del Parlamento Europeo la seguente dedica, in italiano: "Auguro che il Parlamento Europeo sia sempre la sede dove ogni suo membro concorra a fare sì che l’Europa, consapevole del suo passato, guardi con fiducia al futuro per vivere con speranza il presente. Franciscus" ed ha lasciato in dono un’opera musiva realizzata dallo Studio del Mosaico Vaticano, raffigurante la "Colomba della pace".

Alle ore 11.15, Papa Francesco si è trasferito all’Emiciclo per la Sessione solenne del Parlamento Europeo. Dopo il discorso del Presidente Martin Schulz, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Signor Presidente, Signore e Signori Vice Presidenti,

Onorevoli Eurodeputati,

Persone che lavorano a titoli diversi in quest’emiciclo,

Cari amici,

vi ringrazio per l’invito a prendere la parola dinanzi a questa istituzione fondamentale della vita dell’Unione Europea e per l’opportunità che mi offrite di rivolgermi, attraverso di voi, agli oltre cinquecento milioni di cittadini che rappresentate nei 28 Stati membri. Particolare gratitudine desidero esprimere a Lei, Signor Presidente del Parlamento, per le cordiali parole di benvenuto che mi ha rivolto, a nome di tutti i componenti dell’Assemblea.

La mia visita avviene dopo oltre un quarto di secolo da quella compiuta da Papa Giovanni Paolo II. Molto è cambiato da quei giorni in Europa e in tutto il mondo. Non esistono più i blocchi contrapposti che allora dividevano il continente in due e si sta lentamente compiendo il desiderio che «l’Europa, dandosi sovranamente libere istituzioni, possa un giorno estendersi alle dimensioni che le sono state date dalla geografia e più ancora dalla storia»1.

Accanto ad un’Unione Europea più ampia, vi è anche un mondo più complesso e fortemente in movimento. Un mondo sempre più interconnesso e globale e perciò sempre meno "eurocentrico". A un’Unione più estesa, più influente, sembra però affiancarsi l’immagine di un’Europa un po’ invecchiata e compressa, che tende a sentirsi meno protagonista in un contesto che la guarda spesso con distacco, diffidenza e talvolta con sospetto.

Nel rivolgermi a voi quest’oggi, a partire dalla mia vocazione di pastore, desidero indirizzare a tutti i cittadini europei un messaggio di speranza e di incoraggiamento.

Un messaggio di speranza basato sulla fiducia che le difficoltà possano diventare promotrici potenti di unità, per vincere tutte le paure che l’Europa - insieme a tutto il mondo - sta attraversando. Speranza nel Signore che trasforma il male in bene e la morte in vita.

Incoraggiamento a tornare alla ferma convinzione dei Padri fondatori dell’Unione europea, i quali desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente. Al centro di questo ambizioso progetto politico vi era la fiducia nell’uomo, non tanto in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico, ma nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente.

Mi preme anzitutto sottolineare lo stretto legame che esiste fra queste due parole: "dignità" e "trascendente".

La "dignità" è una parola-chiave che ha caratterizzato la ripresa del secondo dopoguerra. La nostra storia recente si contraddistingue per l’indubbia centralità della promozione della dignità umana contro le molteplici violenze e discriminazioni, che neppure in Europa sono mancate nel corso dei secoli. La percezione dell’importanza dei diritti umani nasce proprio come esito di un lungo cammino, fatto anche di molteplici sofferenze e sacrifici, che ha contribuito a formare la coscienza della preziosità, unicità e irripetibilità di ogni singola persona umana. Tale consapevolezza culturale trova fondamento non solo negli avvenimenti della storia, ma soprattutto nel pensiero europeo, contraddistinto da un ricco incontro, le cui numerose fonti lontane provengono «dalla Grecia e da Roma, da substrati celtici, germanici e slavi, e dal cristianesimo che li ha plasmati profondamente»2, dando luogo proprio al concetto di "persona".

Oggi, la promozione dei diritti umani occupa un ruolo centrale nell’impegno dell’Unione Europea in ordine a favorire la dignità della persona, sia al suo interno che nei rapporti con gli altri Paesi. Si tratta di un impegno importante e ammirevole, poiché persistono fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi.

Effettivamente quale dignità esiste quando manca la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero o di professare senza costrizione la propria fede religiosa? Quale dignità è possibile senza una cornice giuridica chiara, che limiti il dominio della forza e faccia prevalere la legge sulla tirannia del potere? Quale dignità può mai avere un uomo o una donna fatto oggetto di ogni genere di discriminazione? Quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, che non ha il lavoro che lo unge di dignità?

Promuovere la dignità della persona significa riconoscere che essa possiede diritti inalienabili di cui non può essere privata ad arbitrio di alcuno e tanto meno a beneficio di interessi economici.

Occorre però prestare attenzione per non cadere in alcuni equivoci che possono nascere da un fraintendimento del concetto di diritti umani e da un loro paradossale abuso. Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali - sono tentato di dire individualistici -, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una "monade" (µ@<VH), sempre più insensibile alle altre "monadi" intorno a sé. Al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa.

Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel "noi-tutti" formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale3. Infatti, se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze.

Parlare della dignità trascendente dell’uomo significa dunque fare appello alla sua natura, alla sua innata capacità di distinguere il bene dal male, a quella "bussola" inscritta nei nostri cuori e che Dio ha impresso nell’universo creato4; soprattutto significa guardare all’uomo non come a un assoluto, ma come a un essere relazionale. Una delle malattie che vedo più diffuse oggi in Europa è la solitudine, propria di chi è privo di legami. La si vede particolarmente negli anziani, spesso abbandonati al loro destino, come pure nei giovani privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro; la si vede nei numerosi poveri che popolano le nostre città; la si vede negli occhi smarriti dei migranti che sono venuti qui in cerca di un futuro migliore.

Tale solitudine è stata poi acuita dalla crisi economica, i cui effetti perdurano ancora con conseguenze drammatiche dal punto di vista sociale. Si può poi constatare che, nel corso degli ultimi anni, accanto al processo di allargamento dell’Unione Europea, è andata crescendo la sfiducia da parte dei cittadini nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli, se non addirittura dannose. Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace. Per cui i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni.

A ciò si associano alcuni stili di vita un po’ egoisti, caratterizzati da un’opulenza ormai insostenibile e spesso indifferente nei confronti del mondo circostante, soprattutto dei più poveri. Si constata con rammarico un prevalere delle questioni tecniche ed economiche al centro del dibattito politico, a scapito di un autentico orientamento antropologico5. L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, così che - lo notiamo purtroppo spesso - quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere.

È il grande equivoco che avviene «quando prevale l’assolutizzazione della tecnica»6, che finisce per realizzare «una confusione fra fini e mezzi»7. Risultato inevitabile della "cultura dello scarto" e del "consumismo esasperato". Al contrario, affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio. Voi, nella vostra vocazione di parlamentari, siete chiamati anche a una missione grande benché possa sembrare inutile: prendervi cura della fragilità, della fragilità dei popoli e delle persone. Prendersi cura della fragilità dice forza e tenerezza, dice lotta e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla "cultura dello scarto". Prendersi cura della fragilità delle persone e dei popoli significa custodire la memoria e la speranza; significa farsi carico del presente nella sua situazione più marginale e angosciante ed essere capaci di ungerlo di dignità8.

Come dunque ridare speranza al futuro, così che, a partire dalle giovani generazioni, si ritrovi la fiducia per perseguire il grande ideale di un’Europa unita e in pace, creativa e intraprendente, rispettosa dei diritti e consapevole dei propri doveri?

Per rispondere a questa domanda, permettetemi di ricorrere a un’immagine. Uno dei più celebri affreschi di Raffaello che si trovano in Vaticano raffigura la cosiddetta Scuola di Atene. Al suo centro vi sono Platone e Aristotele. Il primo con il dito che punta verso l’alto, verso il mondo delle idee, potremmo dire verso il cielo; il secondo tende la mano in avanti, verso chi guarda, verso la terra, la realtà concreta. Mi pare un’immagine che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta del continuo incontro tra cielo e terra, dove il cielo indica l’apertura al trascendente, a Dio, che ha da sempre contraddistinto l’uomo europeo, e la terra rappresenta la sua capacità pratica e concreta di affrontare le situazioni e i problemi.

Il futuro dell’Europa dipende dalla riscoperta del nesso vitale e inseparabile fra questi due elementi. Un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello "spirito umanistico" che pure ama e difende.

Proprio a partire dalla necessità di un’apertura al trascendente, intendo affermare la centralità della persona umana, altrimenti in balia delle mode e dei poteri del momento. In questo senso ritengo fondamentale non solo il patrimonio che il cristianesimo ha lasciato nel passato alla formazione socioculturale del continente, bensì soprattutto il contributo che intende dare oggi e nel futuro alla sua crescita. Tale contributo non costituisce un pericolo per la laicità degli Stati e per l’indipendenza delle istituzioni dell’Unione, bensì un arricchimento. Ce lo indicano gli ideali che l’hanno formata fin dal principio, quali la pace, la sussidiarietà e la solidarietà reciproca, un umanesimo incentrato sul rispetto della dignità della persona.

Desidero, perciò, rinnovare la disponibilità della Santa Sede e della Chiesa cattolica, attraverso la Commissione delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE), a intrattenere un dialogo proficuo, aperto e trasparente con le istituzioni dell’Unione Europea. Parimenti sono convinto che un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità, possa essere anche più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente, perché «è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza»9.

Non possiamo qui non ricordare le numerose ingiustizie e persecuzioni che colpiscono quotidianamente le minoranze religiose, e particolarmente cristiane, in diverse parti del mondo. Comunità e persone che si trovano ad essere oggetto di barbare violenze: cacciate dalle proprie case e patrie; vendute come schiave; uccise, decapitate, crocefisse e bruciate vive, sotto il silenzio vergognoso e complice di tanti.

Il motto dell’Unione Europea è Unità nella diversità, ma l’unità non significa uniformità politica, economica, culturale, o di pensiero. In realtà ogni autentica unità vive della ricchezza delle diversità che la compongono: come una famiglia, che è tanto più unita quanto più ciascuno dei suoi componenti può essere fino in fondo sé stesso senza timore. In tal senso, ritengo che l’Europa sia una famiglia di popoli, i quali potranno sentire vicine le istituzioni dell’Unione se esse sapranno sapientemente coniugare l’ideale dell’unità cui si anela alla diversità propria di ciascuno, valorizzando le singole tradizioni; prendendo coscienza della sua storia e delle sue radici; liberandosi dalle tante manipolazioni e dalle tante fobie. Mettere al centro la persona umana significa anzitutto lasciare che essa esprima liberamente il proprio volto e la propria creatività, sia a livello di singolo che di popolo.

D’altra parte, le peculiarità di ciascuno costituiscono un’autentica ricchezza nella misura in cui sono messe al servizio di tutti. Occorre ricordare sempre l’architettura propria dell’Unione Europea, basata sui principi di solidarietà e sussidiarietà, così che prevalga l’aiuto vicendevole e si possa camminare, animati da reciproca fiducia.

In questa dinamica di unità-particolarità, si pone a voi, Signori e Signore Eurodeputati, anche l’esigenza di farvi carico di mantenere viva la democrazia, la democrazia dei popoli dell’Europa. Non ci è nascosto che una concezione omologante della globalità colpisce la vitalità del sistema democratico depotenziando il ricco contrasto, fecondo e costruttivo, delle organizzazioni e dei partiti politici tra di loro. Così si corre il rischio di vivere nel regno dell’idea, della sola parola, dell’immagine, del sofisma… e di finire per confondere la realtà della democrazia con un nuovo nominalismo politico. Mantenere viva la democrazia in Europa richiede di evitare tante "maniere globalizzanti" di diluire la realtà: i purismi angelici, i totalitarismi del relativo, i fondamentalismi astorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza sapienza10.

Mantenere viva la realtà delle democrazie è una sfida di questo momento storico, evitando che la loro forza reale – forza politica espressiva dei popoli – sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti. Questa è una sfida che oggi la storia vi pone.

Dare speranza all’Europa non significa solo riconoscere la centralità della persona umana, ma implica anche favorirne le doti. Si tratta perciò di investire su di essa e sugli ambiti in cui i suoi talenti si formano e portano frutto. Il primo ambito è sicuramente quello dell’educazione, a partire dalla famiglia, cellula fondamentale ed elemento prezioso di ogni società. La famiglia unita, fertile e indissolubile porta con sé gli elementi fondamentali per dare speranza al futuro. Senza tale solidità si finisce per costruire sulla sabbia, con gravi conseguenze sociali. D’altra parte, sottolineare l’importanza della famiglia non solo aiuta a dare prospettive e speranza alle nuove generazioni, ma anche ai numerosi anziani, spesso costretti a vivere in condizioni di solitudine e di abbandono perché non c’è più il calore di un focolare domestico in grado di accompagnarli e di sostenerli.

Accanto alla famiglia vi sono le istituzioni educative: scuole e università. L’educazione non può limitarsi a fornire un insieme di conoscenze tecniche, bensì deve favorire il più complesso processo di crescita della persona umana nella sua totalità. I giovani di oggi chiedono di poter avere una formazione adeguata e completa per guardare al futuro con speranza, piuttosto che con disillusione. Numerose sono, poi, le potenzialità creative dell’Europa in vari campi della ricerca scientifica, alcuni dei quali non ancora del tutto esplorati. Basti pensare ad esempio alle fonti alternative di energia, il cui sviluppo gioverebbe molto alla difesa dell’ambiente.

L’Europa è sempre stata in prima linea in un lodevole impegno a favore dell’ecologia. Questa nostra terra ha infatti bisogno di continue cure e attenzioni e ciascuno ha una personale responsabilità nel custodire il creato, prezioso dono che Dio ha messo nelle mani degli uomini. Ciò significa da un lato che la natura è a nostra disposizione, ne possiamo godere e fare buon uso; dall’altro però significa che non ne siamo i padroni. Custodi, ma non padroni. La dobbiamo perciò amare e rispettare, mentre «invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la "custodiamo", non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura»11. Rispettare l’ambiente significa però non solo limitarsi ad evitare di deturparlo, ma anche utilizzarlo per il bene. Penso soprattutto al settore agricolo, chiamato a dare sostegno e nutrimento all’uomo. Non si può tollerare che milioni di persone nel mondo muoiano di fame, mentre tonnellate di derrate alimentari vengono scartate ogni giorno dalle nostre tavole. Inoltre, rispettare la natura, ci ricorda che l’uomo stesso è parte fondamentale di essa. Accanto ad un’ecologia ambientale, serve perciò quell’ecologia umana, fatta del rispetto della persona, che ho inteso richiamare quest’oggi rivolgendomi a voi.

Il secondo ambito in cui fioriscono i talenti della persona umana è il lavoro. E’ tempo di favorire le politiche di occupazione, ma soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo anche adeguate condizioni per il suo svolgimento. Ciò implica, da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli.

Parimenti, è necessario affrontare insieme la questione migratoria. Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero! Sui barconi che giungono quotidianamente sulle coste europee ci sono uomini e donne che necessitano di accoglienza e di aiuto. L’assenza di un sostegno reciproco all’interno dell’Unione Europea rischia di incentivare soluzioni particolaristiche al problema, che non tengono conto della dignità umana degli immigrati, favorendo il lavoro schiavo e continue tensioni sociali. L'Europa sarà in grado di far fronte alle problematiche connesse all’immigrazione se saprà proporre con chiarezza la propria identità culturale e mettere in atto legislazioni adeguate che sappiano allo stesso tempo tutelare i diritti dei cittadini europei e garantire l’accoglienza dei migranti; se saprà adottare politiche corrette, coraggiose e concrete che aiutino i loro Paesi di origine nello sviluppo socio-politico e nel superamento dei conflitti interni – causa principale di tale fenomeno – invece delle politiche di interesse che aumentano e alimentano tali conflitti. È necessario agire sulle cause e non solo sugli effetti.

Signor Presidente, Eccellenze, Signore e Signori Deputati,

La coscienza della propria identità è necessaria anche per dialogare in modo propositivo con gli Stati che hanno chiesto di entrare a far parte dell’Unione in futuro. Penso soprattutto a quelli dell'area balcanica per i quali l’ingresso nell’Unione Europea potrà rispondere all’ideale della pace in una regione che ha grandemente sofferto per i conflitti del passato. Infine, la coscienza della propria identità è indispensabile nei rapporti con gli altri Paesi vicini, particolarmente con quelli che si affacciano sul Mediterraneo, molti dei quali soffrono a causa di conflitti interni e per la pressione del fondamentalismo religioso e del terrorismo internazionale.

A voi legislatori spetta il compito di custodire e far crescere l'identità europea, affinché i cittadini ritrovino fiducia nelle istituzioni dell’Unione e nel progetto di pace e amicizia che ne è il fondamento. Sapendo che «quanto più cresce la potenza degli uomini tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità individuale e collettiva»12, vi esorto a lavorare perché l’Europa riscopra la sua anima buona.

Un anonimo autore del II secolo scrisse che «i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo»13. Il compito dell’anima è quello di sostenere il corpo, di esserne la coscienza e la memoria storica. E una storia bimillenaria lega l’Europa e il cristianesimo. Una storia non priva di conflitti e di errori, anche di peccati, ma sempre animata dal desiderio di costruire per il bene. Lo vediamo nella bellezza delle nostre città, e più ancora in quella delle molteplici opere di carità e di edificazione umana comune che costellano il continente. Questa storia, in gran parte, è ancora da scrivere. Essa è il nostro presente e anche il nostro futuro. Essa è la nostra identità. E l’Europa ha fortemente bisogno di riscoprire il suo volto per crescere, secondo lo spirito dei suoi Padri fondatori, nella pace e nella concordia, poiché essa stessa non è ancora esente dai conflitti.

Cari Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità!

Grazie.

______________________

1 GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Parlamento Europeo, 11 ottobre 1988, n.5.

2 GIOVANNI PAOLO II, Discorso all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, 8 ottobre 1988.

3 Cfr BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 7; Conc. Ecum. Vat II, Cost. past. Gaudium et spes, 26.

4 Cfr Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 37.

5 Cfr Evangelii gaudium, 55.

6 BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 71.

7 Ibid.

8 Cfr Evangelii gaudium, 209.

9 BENEDETTO XVI, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico, 7 gennaio 2013.

10 Cfr Evangelii gaudium, 231.

11 FRANCESCO, Udienza Generale, 5 giugno 2013.

12 Gaudium et spes, 34.

13 Cfr Lettera a Diogneto, 6.

[01900-01.03] [Testo originale: Italiano]

 

Traduzione in lingua inglese

Mr President and Vice Presidents,

Members of the European Parliament,

All associated with the work of this Institution,

Dear Friends,

I thank you for inviting me to address this institution which is fundamental to the life of the European Union, and for giving me this opportunity to speak, through you, to the more than five-hundred million citizens whom you represent in the twenty-eight Member States. I am especially grateful to you, Mr President, for your warm words of welcome in the name of the entire assembly.

My visit comes more than a quarter of a century after that of Pope John Paul II. Since then, much has changed throughout Europe and the world as a whole. The opposing blocs which then divided the continent in two no longer exist, and gradually the hope is being realized that "Europe, endowed with sovereign and free institutions, will one day reach the full dimensions that geography, and even more, history have given it".1

As the European Union has expanded, the world itself has become more complex and ever changing; increasingly interconnected and global, it has, as a consequence, become less and less "Eurocentric". Despite a larger and stronger Union, Europe seems to give the impression of being somewhat elderly and haggard, feeling less and less a protagonist in a world which frequently regards it with aloofness, mistrust and even, at times, suspicion.

In addressing you today, I would like, as a pastor, to offer a message of hope and encouragement to all the citizens of Europe.

It is a message of hope, based on the confidence that our problems can become powerful forces for unity in working to overcome all those fears which Europe – together with the entire world – is presently experiencing. It is a message of hope in the Lord, who turns evil into good and death into life.

It is a message of encouragement to return to the firm conviction of the founders of the European Union, who envisioned a future based on the capacity to work together in bridging divisions and in fostering peace and fellowship between all the peoples of this continent. At the heart of this ambitious political project was confidence in man, not so much as a citizen or an economic agent, but in man, in men and women as persons endowed with transcendent dignity.

I feel bound to stress the close bond between these two words: "dignity" and "transcendent".

"Dignity" was a pivotal concept in the process of rebuilding which followed the Second World War. Our recent past has been marked by the concern to protect human dignity, in contrast to the manifold instances of violence and discrimination which, even in Europe, took place in the course of the centuries. Recognition of the importance of human rights came about as the result of a lengthy process, entailing much suffering and sacrifice, which helped shape an awareness of the unique worth of each individual human person. This awareness was grounded not only in historical events, but above all in European thought, characterized as it is by an enriching encounter whose "distant springs are many, coming from Greece and Rome, from Celtic, Germanic and Slavic sources, and from Christianity which profoundly shaped them",2 thus forging the very concept of the "person".

Today, the promotion of human rights is central to the commitment of the European Union to advance the dignity of the person, both within the Union and in its relations with other countries. This is an important and praiseworthy commitment, since there are still too many situations in which human beings are treated as objects whose conception, configuration and utility can be programmed, and who can then be discarded when no longer useful, due to weakness, illness or old age.

In the end, what kind of dignity is there without the possibility of freely expressing one’s thought or professing one’s religious faith? What dignity can there be without a clear juridical framework which limits the rule of force and enables the rule of law to prevail over the power of tyranny? What dignity can men and women ever enjoy if they are subjected to all types of discrimination? What dignity can a person ever hope to find when he or she lacks food and the bare essentials for survival and, worse yet, when they lack the work which confers dignity?

Promoting the dignity of the person means recognizing that he or she possesses inalienable rights which no one may take away arbitrarily, much less for the sake of economic interests.

At the same time, however, care must be taken not to fall into certain errors which can arise from a misunderstanding of the concept of human rights and from its misuse. Today there is a tendency to claim ever broader individual rights – I am tempted to say individualistic; underlying this is a conception of the human person as detached from all social and anthropological contexts, as if the person were a "monad" (µ@<VH), increasingly unconcerned with other surrounding "monads". The equally essential and complementary concept of duty no longer seems to be linked to such a concept of rights. As a result, the rights of the individual are upheld, without regard for the fact that each human being is part of a social context wherein his or her rights and duties are bound up with those of others and with the common good of society itself.

I believe, therefore, that it is vital to develop a culture of human rights which wisely links the individual, or better, the personal aspect, to that of the common good, of the "all of us" made up of individuals, families and intermediate groups who together constitute society.3 In fact, unless the rights of each individual are harmoniously ordered to the greater good, those rights will end up being considered limitless and consequently will become a source of conflicts and violence.

To speak of transcendent human dignity thus means appealing to human nature, to our innate capacity to distinguish good from evil, to that "compass" deep within our hearts, which God has impressed upon all creation.4 Above all, it means regarding human beings not as absolutes, but as beings in relation. In my view, one of the most common diseases in Europe today is the loneliness typical of those who have no connection with others. This is especially true of the elderly, who are often abandoned to their fate, and also in the young who lack clear points of reference and opportunities for the future. It is also seen in the many poor who dwell in our cities and in the disorientation of immigrants who came here seeking a better future.

This loneliness has become more acute as a result of the economic crisis, whose effects continue to have tragic consequences for the life of society. In recent years, as the European Union has expanded, there has been growing mistrust on the part of citizens towards institutions considered to be aloof, engaged in laying down rules perceived as insensitive to individual peoples, if not downright harmful. In many quarters we encounter a general impression of weariness and aging, of a Europe which is now a "grandmother", no longer fertile and vibrant. As a result, the great ideas which once inspired Europe seem to have lost their attraction, only to be replaced by the bureaucratic technicalities of its institutions.

Together with this, we encounter certain rather selfish lifestyles, marked by an opulence which is no longer sustainable and frequently indifferent to the world around us, and especially to the poorest of the poor. To our dismay we see technical and economic questions dominating political debate, to the detriment of genuine concern for human beings.5 Men and women risk being reduced to mere cogs in a machine that treats them as items of consumption to be exploited, with the result that – as is so tragically apparent – whenever a human life no longer proves useful for that machine, it is discarded with few qualms, as in the case of the sick, of the terminally ill, the elderly who are abandoned and uncared for, and children who are killed in the womb.

This is the great mistake made "when technology is allowed to take over";6 the result is a confusion between ends and means".7 It is the inevitable consequence of a "throwaway culture" and an uncontrolled consumerism. Upholding the dignity of the person means instead acknowledging the value of human life, which is freely given us and hence cannot be an object of trade or commerce. As members of this Parliament, you are called to a great mission which may at times seem an impossible one: to tend to the needs, the needs of individuals and peoples. To tend to those in need takes strength and tenderness, effort and generosity in the midst of a functionalistic and privatized mindset which inexorably leads to a "throwaway culture". To care for individuals and peoples in need means protecting memory and hope; it means taking responsibility for the present with its situations of utter marginalization and anguish, and being capable of bestowing dignity upon it.8

How, then, can hope in the future be restored, so that, beginning with the younger generation, there can be a rediscovery of that confidence needed to pursue the great ideal of a united and peaceful Europe, a Europe which is creative and resourceful, respectful of rights and conscious of its duties?

To answer this question, allow me to use an image. One of the most celebrated frescoes of Raphael is found in the Vatican and depicts the so-called "School of Athens". Plato and Aristotle are in the centre. Plato’s finger is pointed upward, to the world of ideas, to the sky, to heaven as we might say. Aristotle holds his hand out before him, towards the viewer, towards the world, concrete reality. This strikes me as a very apt image of Europe and her history, made up of the constant interplay between heaven and earth, where the sky suggests that openness to the transcendent – to God – which has always distinguished the peoples of Europe, while the earth represents Europe’s practical and concrete ability to confront situations and problems.

The future of Europe depends on the recovery of the vital connection between these two elements. A Europe which is no longer open to the transcendent dimension of life is a Europe which risks slowly losing its own soul and that "humanistic spirit" which it still loves and defends.

Taking as a starting point this opening to the transcendent, I would like to reaffirm the centrality of the human person, which otherwise is at the mercy of the whims and the powers of the moment. I consider to be fundamental not only the legacy that Christianity has offered in the past to the social and cultural formation of the continent, but above all the contribution which it desires to offer today, and in the future, to Europe’s growth. This contribution does not represent a threat to the secularity of states or to the independence of the institutions of the European Union, but rather an enrichment. This is clear from the ideals which shaped Europe from the beginning, such as peace, subsidiarity and reciprocal solidarity, and a humanism centred on respect for the dignity of the human person.

I wish, then, to reiterate the readiness of the Holy See and the Catholic Church, through the Commission of the Bishops’ Conferences of Europe (COMECE), to engage in meaningful, open and transparent dialogue with the institutions of the European Union. I am likewise convinced that a Europe which is capable of appreciating its religious roots and of grasping their fruitfulness and potential, will be all the more immune to the many forms of extremism spreading in the world today, not least as a result of the great vacuum of ideals which we are currently witnessing in the West, since "it is precisely man’s forgetfulness of God, and his failure to give him glory, which gives rise to violence".9

Here I cannot fail to recall the many instances of injustice and persecution which daily afflict religious minorities, and Christians in particular, in various parts of our world. Communities and individuals today find themselves subjected to barbaric acts of violence: they are evicted from their homes and native lands, sold as slaves, killed, beheaded, crucified or burned alive, under the shameful and complicit silence of so many.

The motto of the European Union is United in Diversity. Unity, however, does not mean uniformity of political, economic and cultural life, or ways of thinking. Indeed, all authentic unity draws from the rich diversities which make it up: in this sense it is like a family, which is all the more united when each of its members is free to be fully himself or herself. I consider Europe as a family of peoples who will sense the closeness of the institutions of the Union when these latter are able wisely to combine the desired ideal of unity with the diversity proper to each people, cherishing particular traditions, acknowledging its past history and its roots, liberated from so many manipulations and phobias. Affirming the centrality of the human person means, above all, allowing all to express freely their individuality and their creativity, both as individuals and as peoples.

At the same time, the specific features of each one represent an authentic richness to the degree that they are placed at the service of all. The proper configuration of the European Union must always be respected, based as it is on the principles of solidarity and subsidiarity, so that mutual assistance can prevail and progress can be made on the basis of mutual trust.

Ladies and Gentlemen, Members of the European Parliament, within this dynamic of unity and particularity, yours is the responsibility of keeping democracy alive, democracy for the peoples of Europe. It is no secret that a conception of unity seen as uniformity strikes at the vitality of the democratic system, weakening the rich, fruitful and constructive interplay of organizations and political parties. This leads to the risk of living in a world of ideas, of mere words, of images, of sophistry… and to end up confusing the reality of democracy with a new political nominalism. Keeping democracy alive in Europe requires avoiding the many globalizing tendencies to dilute reality: namely, angelic forms of purity, dictatorships of relativism, brands of ahistorical fundamentalism, ethical systems lacking kindness, and intellectual discourse bereft of wisdom10.

Keeping democracies alive is a challenge in the present historic moment. The true strength of our democracies – understood as expressions of the political will of the people – must not be allowed to collapse under the pressure of multinational interests which are not universal, which weaken them and turn them into uniform systems of economic power at the service of unseen empires. This is one of the challenges which history sets before you today.

To give Europe hope means more than simply acknowledging the centrality of the human person; it also implies nurturing the gifts of each man and woman. It means investing in individuals and in those settings in which their talents are shaped and flourish. The first area surely is that of education, beginning with the family, the fundamental cell and most precious element of any society. The family, united, fruitful and indissoluble, possesses the elements fundamental for fostering hope in the future. Without this solid basis, the future ends up being built on sand, with dire social consequences. Then too, stressing the importance of the family not only helps to give direction and hope to new generations, but also to many of our elderly, who are often forced to live alone and are effectively abandoned because there is no longer the warmth of a family hearth able to accompany and support them.

Alongside the family, there are the various educational institutes: schools and universities. Education cannot be limited to providing technical expertise alone. Rather, it should encourage the more complex process of assisting the human person to grow in his or her totality. Young people today are asking for a suitable and complete education which can enable them to look to the future with hope instead of disenchantment. There is so much creative potential in Europe in the various fields of scientific research, some of which have yet to be fully explored. We need only think, for example, of alternative sources of energy, the development of which will assist in the protection of the environment.

Europe has always been in the vanguard of efforts to promote ecology. Our earth needs constant concern and attention. Each of us has a personal responsibility to care for creation, this precious gift which God has entrusted to us. This means, on the one hand, that nature is at our disposal, to enjoy and use properly. Yet it also means that we are not its masters. Stewards, but not masters. We need to love and respect nature, but "instead we are often guided by the pride of dominating, possessing, manipulating, exploiting; we do not ‘preserve’ the earth, we do not respect it, we do not consider it as a freely-given gift to look after".11 Respect for the environment, however, means more than not destroying it; it also means using it for good purposes. I am thinking above all of the agricultural sector, which provides sustenance and nourishment to our human family. It is intolerable that millions of people around the world are dying of hunger while tons of food are discarded each day from our tables. Respect for nature also calls for recognizing that man himself is a fundamental part of it. Along with an environmental ecology, there is also need of that human ecology which consists in respect for the person, which I have wanted to emphasize in addressing you today.

The second area in which people’s talents flourish is labour. The time has come to promote policies which create employment, but above all there is a need to restore dignity to labour by ensuring proper working conditions. This implies, on the one hand, finding new ways of joining market flexibility with the need for stability and security on the part of workers; these are indispensable for their human development. It also implies favouring a suitable social context geared not to the exploitation of persons, but to ensuring, precisely through labour, their ability to create a family and educate their children.

Likewise, there needs to be a united response to the question of migration. We cannot allow the Mediterranean to become a vast cemetery! The boats landing daily on the shores of Europe are filled with men and women who need acceptance and assistance. The absence of mutual support within the European Union runs the risk of encouraging particularistic solutions to the problem, solutions which fail to take into account the human dignity of immigrants, and thus contribute to slave labour and continuing social tensions. Europe will be able to confront the problems associated with immigration only if it is capable of clearly asserting its own cultural identity and enacting adequate legislation to protect the rights of European citizens and to ensure the acceptance of immigrants. Only if it is capable of adopting fair, courageous and realistic policies which can assist the countries of origin in their own social and political development and in their efforts to resolve internal conflicts – the principal cause of this phenomenon – rather than adopting policies motivated by self-interest, which increase and feed such conflicts. We need to take action against the causes and not only the effects.

Mr President, Your Excellencies, Ladies and Gentlemen,

Awareness of one’s own identity is also necessary for entering into a positive dialogue with the States which have asked to become part of the Union in the future. I am thinking especially of those in the Balkans, for which membership in the European Union could be a response to the desire for peace in a region which has suffered greatly from past conflicts. Awareness of one’s own identity is also indispensable for relations with other neighbouring countries, particularly with those bordering the Mediterranean, many of which suffer from internal conflicts, the pressure of religious fundamentalism and the reality of global terrorism.

Upon you, as legislators, it is incumbent to protect and nurture Europe’s identity, so that its citizens can experience renewed confidence in the institutions of the Union and in its underlying project of peace and friendship. Knowing that "the more the power of men and women increases, the greater is the personal and collective responsibility",12 I encourage you to work to make Europe rediscover the best of itself.

An anonymous second-century author wrote that "Christians are to the world what the soul is to the body".13 The function of the soul is to support the body, to be its conscience and its historical memory. A two-thousand-year-old history links Europe and Christianity. It is a history not free of conflicts and errors, and sins, but one constantly driven by the desire to work for the good of all. We see this in the beauty of our cities, and even more in the beauty of the many works of charity and constructive human cooperation throughout this continent. This history, in large part, must still be written. It is our present and our future. It is our identity. Europe urgently needs to recover its true features in order to grow, as its founders intended, in peace and harmony, since it is not yet free of conflicts.

Dear Members of the European Parliament, the time has come to work together in building a Europe which revolves not around the economy, but around the sacredness of the human person, around inalienable values. In building a Europe which courageously embraces its past and confidently looks to its future in order fully to experience the hope of its present. The time has come for us to abandon the idea of a Europe which is fearful and self-absorbed, in order to revive and encourage a Europe of leadership, a repository of science, art, music, human values and faith as well. A Europe which contemplates the heavens and pursues lofty ideals. A Europe which cares for, defends and protects man, every man and woman. A Europe which bestrides the earth surely and securely, a precious point of reference for all humanity!

Thank you!

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1 JOHN PAUL II, Address to the European Parliament (11 October 1988), 5.

2 JOHN PAUL II, Address to the Parliamentary Assembly of the Council of Europe (8 October 1988), 3.

3 BENEDICT XVI, Caritas in Veritate, 7; Cf. SECOND VATICAN ECUMENICAL COUNCIL, Pastoral Constitution on the Church in the Modern World Gaudium et Spes, 26.

4 Cf. Compendium of the Social Doctrine of the Church, 37.

5 Cf. Evangelii Gaudium, 55.

6 BENEDICT XVI, Caritas in Veritate, 71.

7 Ibid.

8 Cf. Evangelii Gaudium, 209.

9 BENEDICT XVI, Address to the Members of the Diplomatic Corps, 7 January 2013.

10 Evangelii Gaudium, 231.

11 FRANCIS, General Audience, 5 June 2013.

12 Cf. SECOND VATICAN COUNCIL, Gaudium et Spes, 34.

13 Cf. Letter to Diognetus, 6.

[01900-02.02] [Original text: Italian]

 

Traduzione in lingua spagnola

Señor Presidente, Señoras y Señores Vicepresidentes,

Señoras y Señores Eurodiputados,

Trabajadores en los distintos ámbitos de este hemiciclo,

Queridos amigos

 

Les agradezco que me hayan invitado a tomar la palabra ante esta institución fundamental de la vida de la Unión Europea, y por la oportunidad que me ofrecen de dirigirme, a través de ustedes, a los más de quinientos millones de ciudadanos de los 28 Estados miembros a quienes representan. Agradezco particularmente a usted, Señor Presidente del Parlamento, las cordiales palabras de bienvenida que me ha dirigido en nombre de todos los miembros de la Asamblea.

Mi visita tiene lugar más de un cuarto de siglo después de la del Papa Juan Pablo II. Muchas cosas han cambiado desde entonces, en Europa y en todo el mundo. No existen los bloques contrapuestos que antes dividían el Continente en dos, y se está cumpliendo lentamente el deseo de que «Europa, dándose soberanamente instituciones libres, pueda un día ampliarse a las dimensiones que le han dado la geografía y aún más la historia».1

Junto a una Unión Europea más amplia, existe un mundo más complejo y en rápido movimiento. Un mundo cada vez más interconectado y global, y, por eso, siempre menos «eurocéntrico». Sin embargo, una Unión más amplia, más influyente, parece ir acompañada de la imagen de una Europa un poco envejecida y reducida, que tiende a sentirse menos protagonista en un contexto que la contempla a menudo con distancia, desconfianza y, tal vez, con sospecha.

Al dirigirme hoy a ustedes desde mi vocación de Pastor, deseo enviar a todos los ciudadanos europeos un mensaje de esperanza y de aliento.

Un mensaje de esperanza basado en la confianza de que las dificultades puedan convertirse en fuertes promotoras de unidad, para vencer todos los miedos que Europa – junto a todo el mundo – está atravesando. Esperanza en el Señor, que transforma el mal en bien y la muerte en vida.

Un mensaje de aliento para volver a la firme convicción de los Padres fundadores de la Unión Europea, los cuales deseaban un futuro basado en la capacidad de trabajar juntos para superar las divisiones, favoreciendo la paz y la comunión entre todos los pueblos del Continente. En el centro de este ambicioso proyecto político se encontraba la confianza en el hombre, no tanto como ciudadano o sujeto económico, sino en el hombre como persona dotada de una dignidad trascendente.

Quisiera subrayar, ante todo, el estrecho vínculo que existe entre estas dos palabras: «dignidad» y «trascendente».

La «dignidad» es una palabra clave que ha caracterizado el proceso de recuperación en la segunda postguerra. Nuestra historia reciente se distingue por la indudable centralidad de la promoción de la dignidad humana contra las múltiples violencias y discriminaciones, que no han faltado, tampoco en Europa, a lo largo de los siglos. La percepción de la importancia de los derechos humanos nace precisamente como resultado de un largo camino, hecho también de muchos sufrimientos y sacrificios, que ha contribuido a formar la conciencia del valor de cada persona humana, única e irrepetible. Esta conciencia cultural encuentra su fundamento no sólo en los eventos históricos, sino, sobre todo, en el pensamiento europeo, caracterizado por un rico encuentro, cuyas múltiples y lejanas fuentes provienen de Grecia y Roma, de los ambientes celtas, germánicos y eslavos, y del cristianismo que los marcó profundamente,2 dando lugar al concepto de «persona».

Hoy, la promoción de los derechos humanos desempeña un papel central en el compromiso de la Unión Europea, con el fin de favorecer la dignidad de la persona, tanto en su seno como en las relaciones con los otros países. Se trata de un compromiso importante y admirable, pues persisten demasiadas situaciones en las que los seres humanos son tratados como objetos, de los cuales se puede programar la concepción, la configuración y la utilidad, y que después pueden ser desechados cuando ya no sirven, por ser débiles, enfermos o ancianos.

Efectivamente, ¿qué dignidad existe cuando falta la posibilidad de expresar libremente el propio pensamiento o de profesar sin constricción la propia fe religiosa? ¿Qué dignidad es posible sin un marco jurídico claro, que limite el dominio de la fuerza y haga prevalecer la ley sobre la tiranía del poder? ¿Qué dignidad puede tener un hombre o una mujer cuando es objeto de todo tipo de discriminación? ¿Qué dignidad podrá encontrar una persona que no tiene qué comer o el mínimo necesario para vivir o, todavía peor, que non tiene el trabajo que le otorga dignidad?

Promover la dignidad de la persona significa reconocer que posee derechos inalienables, de los cuales no puede ser privada arbitrariamente por nadie y, menos aún, en beneficio de intereses económicos.

Es necesario prestar atención para no caer en algunos errores que pueden nacer de una mala comprensión de los derechos humanos y de un paradójico mal uso de los mismos. Existe hoy, en efecto, la tendencia hacia una reivindicación siempre más amplia de los derechos individuales - estoy tentado de decir individualistas -, que esconde una concepción de persona humana desligada de todo contexto social y antropológico, casi como una «mónada» ((μονάς), cada vez más insensible a las otras «mónadas» de su alrededor. Parece que el concepto de derecho ya no se asocia al de deber, igualmente esencial y complementario, de modo que se afirman los derechos del individuo sin tener en cuenta que cada ser humano está unido a un contexto social, en el cual sus derechos y deberes están conectados a los de los demás y al bien común de la sociedad misma.

Considero por esto que es vital profundizar hoy en una cultura de los derechos humanos que pueda unir sabiamente la dimensión individual, o mejor, personal, con la del bien común, con ese «todos nosotros» formado por individuos, familias y grupos intermedios que se unen en comunidad social.3 En efecto, si el derecho de cada uno no está armónicamente ordenado al bien más grande, termina por concebirse sin limitaciones y, consecuentemente, se transforma en fuente de conflictos y de violencias.

Así, hablar de la dignidad trascendente del hombre, significa apelarse a su naturaleza, a su innata capacidad de distinguir el bien del mal, a esa «brújula» inscrita en nuestros corazones y que Dios ha impreso en el universo creado;4 significa sobre todo mirar al hombre no como un absoluto, sino como un ser relacional. Una de las enfermedades que veo más extendidas hoy en Europa es la soledad, propia de quien no tiene lazo alguno. Se ve particularmente en los ancianos, a menudo abandonados a su destino, como también en los jóvenes sin puntos de referencia y de oportunidades para el futuro; se ve igualmente en los numerosos pobres que pueblan nuestras ciudades y en los ojos perdidos de los inmigrantes que han venido aquí en busca de un futuro mejor.

Esta soledad se ha agudizado por la crisis económica, cuyos efectos perduran todavía con consecuencias dramáticas desde el punto de vista social. Se puede constatar que, en el curso de los últimos años, junto al proceso de ampliación de la Unión Europea, ha ido creciendo la desconfianza de los ciudadanos respecto a instituciones consideradas distantes, dedicadas a establecer reglas que se sienten lejanas de la sensibilidad de cada pueblo, e incluso dañinas. Desde muchas partes se recibe una impresión general de cansancio, de envejecimiento, de una Europa anciana que ya no es fértil ni vivaz. Por lo que los grandes ideales que han inspirado Europa parecen haber perdido fuerza de atracción, en favor de los tecnicismos burocráticos de sus instituciones.

A eso se asocian algunos estilos de vida un tanto egoístas, caracterizados por una opulencia insostenible y a menudo indiferente respecto al mundo circunstante, y sobre todo a los más pobres. Se constata amargamente el predominio de las cuestiones técnicas y económicas en el centro del debate político, en detrimento de una orientación antropológica auténtica.5 El ser humano corre el riesgo de ser reducido a un mero engranaje de un mecanismo que lo trata como un simple bien de consumo para ser utilizado, de modo que – lamentablemente lo percibimos a menudo –, cuando la vida ya no sirve a dicho mecanismo se la descarta sin tantos reparos, como en el caso de los enfermos, los enfermos terminales, de los ancianos abandonados y sin atenciones, o de los niños asesinados antes de nacer.

Este es el gran equívoco que se produce «cuando prevalece la absolutización de la técnica»,6 que termina por causar «una confusión entre los fines y los medios».7 Es el resultado inevitable de la «cultura del descarte» y del «consumismo exasperado». Al contrario, afirmar la dignidad de la persona significa reconocer el valor de la vida humana, que se nos da gratuitamente y, por eso, no puede ser objeto de intercambio o de comercio. Ustedes, en su vocación de parlamentarios, están llamados también a una gran misión, aunque pueda parecer inútil: Preocuparse de la fragilidad, de la fragilidad de los pueblos y de las personas. Cuidar la fragilidad quiere decir fuerza y ternura, lucha y fecundidad, en medio de un modelo funcionalista y privatista que conduce inexorablemente a la «cultura del descarte». Cuidar de la fragilidad, de las personas y de los pueblos significa proteger la memoria y la esperanza; significa hacerse cargo del presente en su situación más marginal y angustiante, y ser capaz de dotarlo de dignidad.8

Por lo tanto, ¿cómo devolver la esperanza al futuro, de manera que, partiendo de las jóvenes generaciones, se encuentre la confianza para perseguir el gran ideal de una Europa unida y en paz, creativa y emprendedora, respetuosa de los derechos y consciente de los propios deberes?

Para responder a esta pregunta, permítanme recurrir a una imagen. Uno de los más célebres frescos de Rafael que se encuentra en el Vaticano representa la Escuela de Atenas. En el centro están Platón y Aristóteles. El primero con el dedo apunta hacia lo alto, hacia el mundo de las ideas, podríamos decir hacia el cielo; el segundo tiende la mano hacia delante, hacia el observador, hacia la tierra, la realidad concreta. Me parece una imagen que describe bien a Europa en su historia, hecha de un permanente encuentro entre el cielo y la tierra, donde el cielo indica la apertura a lo trascendente, a Dios, que ha caracterizado desde siempre al hombre europeo, y la tierra representa su capacidad práctica y concreta de afrontar las situaciones y los problemas.

El futuro de Europa depende del redescubrimiento del nexo vital e inseparable entre estos dos elementos. Una Europa que no es capaz de abrirse a la dimensión trascendente de la vida es una Europa que corre el riesgo de perder lentamente la propia alma y también aquel «espíritu humanista» que, sin embargo, ama y defiende.

Precisamente a partir de la necesidad de una apertura a la trascendencia, deseo afirmar la centralidad de la persona humana, que de otro modo estaría en manos de las modas y poderes del momento. En este sentido, considero fundamental no sólo el patrimonio que el cristianismo ha dejado en el pasado para la formación cultural del continente, sino, sobre todo, la contribución que pretende dar hoy y en el futuro para su crecimiento. Dicha contribución no constituye un peligro para la laicidad de los Estados y para la independencia de las instituciones de la Unión, sino que es un enriquecimiento. Nos lo indican los ideales que la han formado desde el principio, como son: la paz, la subsidiariedad, la solidaridad recíproca y un humanismo centrado sobre el respeto de la dignidad de la persona.

Por ello, quisiera renovar la disponibilidad de la Santa Sede y de la Iglesia Católica, a través de la Comisión de las Conferencias Episcopales Europeas (COMECE), para mantener un diálogo provechoso, abierto y trasparente con las instituciones de la Unión Europea. Estoy igualmente convencido de que una Europa capaz de apreciar las propias raíces religiosas, sabiendo aprovechar su riqueza y potencialidad, puede ser también más fácilmente inmune a tantos extremismos que se expanden en el mundo actual, también por el gran vacío en el ámbito de los ideales, como lo vemos en el así llamado Occidente, porque «es precisamente este olvido de Dios, en lugar de su glorificación, lo que engendra la violencia».9

A este respecto, no podemos olvidar aquí las numerosas injusticias y persecuciones que sufren cotidianamente las minorías religiosas, y particularmente cristianas, en diversas partes del mundo. Comunidades y personas que son objeto de crueles violencias: expulsadas de sus propias casas y patrias; vendidas como esclavas; asesinadas, decapitadas, crucificadas y quemadas vivas, bajo el vergonzoso y cómplice silencio de tantos.

El lema de la Unión Europea es Unidad en la diversidad, pero la unidad no significa uniformidad política, económica, cultural, o de pensamiento. En realidad, toda auténtica unidad vive de la riqueza de la diversidad que la compone: como una familia, que está tanto más unida cuanto cada uno de sus miembros puede ser más plenamente sí mismo sin temor. En este sentido, considero que Europa es una familia de pueblos, que podrán sentir cercanas las instituciones de la Unión si estas saben conjugar sabiamente el anhelado ideal de la unidad, con la diversidad propia de cada uno, valorando todas las tradiciones; tomando conciencia de su historia y de sus raíces; liberándose de tantas manipulaciones y fobias. Poner en el centro la persona humana significa sobre todo dejar que muestre libremente el propio rostro y la propia creatividad, sea en el ámbito particular que como pueblo.

Por otra parte, las peculiaridades de cada uno constituyen una auténtica riqueza en la medida en que se ponen al servicio de todos. Es preciso recordar siempre la arquitectura propia de la Unión Europea, construida sobre los principios de solidaridad y subsidiariedad, de modo que prevalezca la ayuda mutua y se pueda caminar, animados por la confianza recíproca.

En esta dinámica de unidad-particularidad, se les plantea también, Señores y Señoras Eurodiputados, la exigencia de hacerse cargo de mantener viva la democracia, la democracia de los pueblos de Europa. No se nos oculta que una concepción uniformadora de la globalidad daña la vitalidad del sistema democrático, debilitando el contraste rico, fecundo y constructivo, de las organizaciones y de los partidos políticos entre sí. De esta manera se corre el riesgo de vivir en el reino de la idea, de la mera palabra, de la imagen, del sofisma… y se termina por confundir la realidad de la democracia con un nuevo nominalismo político. Mantener viva la democracia en Europa exige evitar tantas «maneras globalizantes» de diluir la realidad: los purismos angélicos, los totalitarismos de lo relativo, los fundamentalismos ahistóricos, los eticismos sin bondad, los intelectualismos sin sabiduría.10

Mantener viva la realidad de las democracias es un reto de este momento histórico, evitando que su fuerza real – fuerza política expresiva de los pueblos – sea desplazada ante las presiones de intereses multinacionales no universales, que las hacen más débiles y las trasforman en sistemas uniformadores de poder financiero al servicio de imperios desconocidos. Este es un reto que hoy la historia nos ofrece.

Dar esperanza a Europa no significa sólo reconocer la centralidad de la persona humana, sino que implica también favorecer sus cualidades. Se trata por eso de invertir en ella y en todos los ámbitos en los que sus talentos se forman y dan fruto. El primer ámbito es seguramente el de la educación, a partir de la familia, célula fundamental y elemento precioso de toda sociedad. La familia unida, fértil e indisoluble trae consigo los elementos fundamentales para dar esperanza al futuro. Sin esta solidez se acaba construyendo sobre arena, con graves consecuencias sociales. Por otra parte, subrayar la importancia de la familia, no sólo ayuda a dar prospectivas y esperanza a las nuevas generaciones, sino también a los numerosos ancianos, muchas veces obligados a vivir en condiciones de soledad y de abandono porque no existe el calor de un hogar familiar capaz de acompañarles y sostenerles.

Junto a la familia están las instituciones educativas: las escuelas y universidades. La educación no puede limitarse a ofrecer un conjunto de conocimientos técnicos, sino que debe favorecer un proceso más complejo de crecimiento de la persona humana en su totalidad. Los jóvenes de hoy piden poder tener una formación adecuada y completa para mirar al futuro con esperanza, y no con desilusión. Numerosas son las potencialidades creativas de Europa en varios campos de la investigación científica, algunos de los cuales no están explorados todavía completamente. Baste pensar, por ejemplo, en las fuentes alternativas de energía, cuyo desarrollo contribuiría mucho a la defensa del ambiente.

Europa ha estado siempre en primera línea de un loable compromiso en favor de la ecología. En efecto, esta tierra nuestra necesita de continuos cuidados y atenciones, y cada uno tiene una responsabilidad personal en la custodia de la creación, don precioso que Dios ha puesto en las manos de los hombres. Esto significa, por una parte, que la naturaleza está a nuestra disposición, podemos disfrutarla y hacer buen uso de ella; por otra parte, significa que no somos los dueños. Custodios, pero no dueños. Por eso la debemos amar y respetar. «Nosotros en cambio nos guiamos a menudo por la soberbia de dominar, de poseer, de manipular, de explotar; no la "custodiamos", no la respetamos, no la consideramos como un don gratuito que hay que cuidar».11 Respetar el ambiente no significa sólo limitarse a evitar estropearlo, sino también utilizarlo para el bien. Pienso sobre todo en el sector agrícola, llamado a dar sustento y alimento al hombre. No se puede tolerar que millones de personas en el mundo mueran de hambre, mientras toneladas de restos de alimentos se desechan cada día de nuestras mesas. Además, el respeto por la naturaleza nos recuerda que el hombre mismo es parte fundamental de ella. Junto a una ecología ambiental, se necesita una ecología humana, hecha del respeto de la persona, que hoy he querido recordar dirigiéndome a ustedes.

El segundo ámbito en el que florecen los talentos de la persona humana es el trabajo. Es hora de favorecer las políticas de empleo, pero es necesario sobre todo volver a dar dignidad al trabajo, garantizando también las condiciones adecuadas para su desarrollo. Esto implica, por un lado, buscar nuevos modos para conjugar la flexibilidad del mercado con la necesaria estabilidad y seguridad de las perspectivas laborales, indispensables para el desarrollo humano de los trabajadores; por otro lado, significa favorecer un adecuado contexto social, que no apunte a la explotación de las personas, sino a garantizar, a través del trabajo, la posibilidad de construir una familia y de educar los hijos.

Es igualmente necesario afrontar juntos la cuestión migratoria. No se puede tolerar que el mar Mediterráneo se convierta en un gran cementerio. En las barcazas que llegan cotidianamente a las costas europeas hay hombres y mujeres que necesitan acogida y ayuda. La ausencia de un apoyo recíproco dentro de la Unión Europea corre el riesgo de incentivar soluciones particularistas del problema, que no tienen en cuenta la dignidad humana de los inmigrantes, favoreciendo el trabajo esclavo y continuas tensiones sociales. Europa será capaz de hacer frente a las problemáticas asociadas a la inmigración si es capaz de proponer con claridad su propia identidad cultural y poner en práctica legislaciones adecuadas que sean capaces de tutelar los derechos de los ciudadanos europeos y de garantizar al mismo tiempo la acogida a los inmigrantes; si es capaz de adoptar políticas correctas, valientes y concretas que ayuden a los países de origen en su desarrollo sociopolítico y a la superación de sus conflictos internos – causa principal de este fenómeno –, en lugar de políticas de interés, que aumentan y alimentan estos conflictos. Es necesario actuar sobre las causas y no solamente sobre los efectos.

Señor Presidente, Excelencias, Señoras y Señores Diputados:

Ser conscientes de la propia identidad es necesario también para dialogar en modo propositivo con los Estados que han solicitado entrar a formar parte de la Unión en el futuro. Pienso sobre todo en los del área balcánica, para los que el ingreso en la Unión Europea puede responder al ideal de paz en una región que ha sufrido mucho por los conflictos del pasado. Por último, la conciencia de la propia identidad es indispensable en las relaciones con los otros países vecinos, particularmente con aquellos de la cuenca mediterránea, muchos de los cuales sufren a causa de conflictos internos y por la presión del fundamentalismo religioso y del terrorismo internacional.

A ustedes, legisladores, les corresponde la tarea de custodiar y hacer crecer la identidad europea, de modo que los ciudadanos encuentren de nuevo la confianza en las instituciones de la Unión y en el proyecto de paz y de amistad en el que se fundamentan. Sabiendo que «cuanto más se acrecienta el poder del hombre, más amplia es su responsabilidad individual y colectiva»,12 les exhorto a trabajar para que Europa redescubra su alma buena.

Un autor anónimo del s. II escribió que «los cristianos representan en el mundo lo que el alma al cuerpo».13 La función del alma es la de sostener el cuerpo, ser su conciencia y la memoria histórica. Y dos mil años de historia unen a Europa y al cristianismo. Una historia en la que no han faltado conflictos y errores, también pecados, pero siempre animada por el deseo de construir para el bien. Lo vemos en la belleza de nuestras ciudades, y más aún, en la de múltiples obras de caridad y de edificación humana común que constelan el Continente. Esta historia, en gran parte, debe ser todavía escrita. Es nuestro presente y también nuestro futuro. Es nuestra identidad. Europa tiene una gran necesidad de redescubrir su rostro para crecer, según el espíritu de sus Padres fundadores, en la paz y en la concordia, porque ella misma no está todavía libre de conflictos.

Queridos Eurodiputados, ha llegado la hora de construir juntos la Europa que no gire en torno a la economía, sino a la sacralidad de la persona humana, de los valores inalienables; la Europa que abrace con valentía su pasado, y mire con confianza su futuro para vivir plenamente y con esperanza su presente. Ha llegado el momento de abandonar la idea de una Europa atemorizada y replegada sobre sí misma, para suscitar y promover una Europa protagonista, transmisora de ciencia, arte, música, valores humanos y también de fe. La Europa que contempla el cielo y persigue ideales; la Europa que mira y defiende y tutela al hombre; la Europa que camina sobre la tierra segura y firme, precioso punto de referencia para toda la humanidad.

Gracias.

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1 Juan Pablo II, Discurso al Parlamento Europeo, 11 octubre 1988, 5.

2 Juan Pablo II, Discurso a la Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa, 8 octubre 1988, 3 Cf. Benedicto XVI, Caritas in veritate, 7; Con. Ecum. Vat. II, Const. past. Gaudium et spes, 26.

4 Compendio de la doctrina social de la Iglesia, 37.

5 Cf. Evangelii gaudium, 55.

6 Benedicto XVI, Caritas in veritate, 71.

7 Ibíd.

8 Cf. Evangelii gaudium, 209.

9 Benedico XVI, Discurso a los Miembros del Cuerpo diplomático, 7 enero 2013.

10 Cf. Evangelii gaudium, 231.

11 Audiencia General, 5 junio 2013.

12 Gaudium et spes, 34.

13 Carta a Diogneto, 6.

[01900-04.02] [Texto original: Italiano]

Terminato il discorso del Papa, il Presidente del Parlamento ha concluso la seduta solenne.

Nel Salone Protocollare il Papa ha poi incontrato il Presidente del Consiglio Europeo, Sig. Herman Van Rompuy, il Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, On. Matteo Renzi, e il Presidente della Commissione Europea, Sig. Jean-Claude Juncker.

Al termine il Santo Padre Francesco, accompagnato dal Presidente Schulz all’area "de Pineda", alle ore 12.20 si è congedato dal Parlamento e si è recato in auto al Consiglio d’Europa.

[B0885-XX.03]