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CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA "IL CAMMINO DI PIETRO" (ROMA, CASTEL SANT’ANGELO, 7 FEBBRAIO - 1° MAGGIO 2013), 05.02.2013


CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA "IL CAMMINO DI PIETRO" (ROMA, CASTEL SANT’ANGELO, 7 FEBBRAIO - 1° MAGGIO 2013)

INTERVENTO DI S.E. MONS. RINO FISICHELLA

INTERVENTO DEL REV.DO DON ALESSIO GERETTI

Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la conferenza stampa di presentazione della mostra "Il Cammino di Pietro" dedicata alle vicende della fede dell'apostolo Pietro, allestita, nell’ambito dell’Anno della fede, presso il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, in Roma, dal 7 febbraio al 1° maggio 2013.
La mostra sarà inaugurata dal Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone domani, mercoledì 6 febbraio, alle ore 18.
Intervengono alla conferenza stampa S.E. Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione; il Rev.do don Alessio Geretti, Curatore della Mostra; la Dott.ssa Daniela Porro, Soprintendente al Polo Museale Romano.
Pubblichiamo di seguito gli interventi di S.E. Mons. Rino Fisichella  e del Rev.do don Alessio Geretti: 

INTERVENTO DI S.E. MONS. RINO FISICHELLA

L’Anno della fede procede progressivamente nelle sue diverse manifestazioni. Con la pubblicazione di Porta fidei, migliaia di micro iniziative –alcune delle più significative sono aggiornate continuamente sul sito www.annusfidei.va in sei lingue– sono sorte nella Chiesa, e a livello pastorale è facile verificare nel mondo l’entusiasmo di molte diocesi, parrocchie, comunità religiose, associazioni e movimenti che hanno preparato un piano pastorale per vivere questo anno in profondità e con il desiderio di annunciare la fede, di celebrarla e di viverla nel migliore dei modi. E’ certamente un’esperienza di grazia che crediamo possa portare nel tempo i suoi frutti soprattutto in riferimento ad una maggior vitalità dei cristiani nel comprendere la loro responsabilità di essere nel mondo testimoni di un annuncio di gioia e di serenità.

Tra i diversi eventi che sono stati pensati a livello internazionale per celebrare questo Anno, ve ne sono alcuni che intendono sottolineare maggiormente il carattere culturale della fede e la promozione che essa ha portato nei differenti ambiti della cultura. Il primo di questi che danno il via a una serie di manifestazioni artistiche è la Mostra d’arte che sarà inaugurata a Castel Sant’Angelo il prossimo 6 febbraio alle ore 18.00, da S. Em. il card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato.

E’ bene spiegare, anzitutto, il perché di questa Mostra. La fede non è un impegno solo dei credenti. Essa esprime l’esigenza dell’uomo di saper guardare dentro se stesso per cogliere quel desiderio di Dio che è impresso nel cuore di ogni persona. Il momento culturale che viviamo è fortemente caratterizzato da movimenti che si alternano e che lasciano intravedere le contraddizioni di questi anni. Da una parte, sembra verificarsi un generale senso di stanchezza e indifferenza che tocca anche la fede. Come se questa si limitasse a un gruppo minoritario di persone, spesso anziane, e come se non avesse più alcun appeal per le nuove generazioni. Dall’altra, si nota un entusiasmo eccessivo nei confronti del progresso scientifico e di nuove forme di vita come fossero la soluzione dei gravi problemi odierni. In questo caso, non raramente si giunge a sostenere che è bene ridurre lo spazio della fede dentro i confini privati e senza alcuna incidenza sociale e culturale. Eppure, è facile verificare come nello stesso tempo sia in costante crescita il desiderio per godere sia della bellezza della natura sia delle opere che l’arte ha creato. Letteratura, musica classica, architettura, pittura e tanto altro attirano milioni di persone che in questo modo attestano di non voler cedere alle illusioni di nuove sirene che chiamano a trascorrere ore in ozio nei nuovi areopaghi dell’effimero dove, passeggiando svogliatamente tra centinaia di negozi, viene venduta a basso prezzo l’illusione della felicità. Oggi, per fortuna, si ricerca ancora qualcosa di più importante e di più profondo, perché l’animo è mosso dal desiderio di conoscere e di ammirare. Si è provocati per andare alla ricerca di una contemplazione della bellezza che non può essere effimera, perché ha creato cultura e si prolunga nel corso dei secoli suscitando sempre stupore e meraviglia per il genio dell’artista e per quanto ha saputo creare mosso dalla sua fede e dalla sua capacità interpretativa.

E’ proprio per sostenere questo desiderio e per dare voce alla nostalgia di Dio, che è spesso latente in tante persone, che abbiamo pensato di organizzare questa Mostra come un percorso nei secoli per entrare nella conoscenza di uno dei personaggi che da sempre ha provocato la mente degli artisti per tentare di capire il mistero che portava con sé e darne voce. Abbiamo voluto esprimere "Il cammino di Pietro" nell’arte. Dal primo giorno in cui Gesù di Nazareth entrò nella vita di Simone, il figlio di Jonas, chiamandolo a seguirlo con la promessa che lo avrebbe fatto diventare "pescatore di uomini", fino al giorno in cui a pochi metri di distanza da questa sede fu capace di dare la sua vita come testimonianza veritiera per aver visto il Gesù crocifisso vivo e risorto, Pietro è icona dell’umanità che cerca e trova, e dopo aver trovato segue; purtroppo, è anche debole e tradisce e, tuttavia, sa chiedere perdono. Mosso dall’amore, per un’esperienza unica e sconvolgente, lascia tutto per annunciare al mondo il mistero della Risurrezione di Cristo. Un vero cammino di fede che non conosce sosta e che gli artisti hanno saputo cogliere ed esprimere con la genialità loro propria in molte opere che attestano la bellezza.

Questa mostra è un cammino per crescere nella fede, ma è anche una provocazione a dover percepire l’esigenza di credere come risposta alla domanda di senso che la vita pone. Davanti all’opera d’arte, credenti e non credenti hanno reazioni diverse, ma la bellezza che viene espressa chiama gli uni e gli altri all’ascolto di un messaggio che può essere recepito nel silenzio della contemplazione. Qui ognuno è rimandato a se stesso nella responsabilità di dare risposta alle domande del cuore e della mente. E’ questo uno dei motivi per cui abbiamo pensato che la Mostra non dovesse essere realizzata in un luogo caratterizzato religiosamente, ma in uno spazio aperto, dove tutti potessero accedere senza pregiudizio, mossi solo dall’interesse artistico. La vera arte, d’altronde, sa come provocare ed è bene non forzare la mano con troppe parole, per non incorrere nel rischio di vanificare il suo messaggio.

Mi si impone ora l’obbligo del ringraziamento per quanti hanno reso possibile questa Mostra che per le opere raccolte da nove Paesi europei, spaziando dal IV-V secolo attraversa per intero la nostra storia fino alle soglie del XX secolo. Già solo questi dati evidenziano la collaborazione e l’interesse per questo Anno della fede. In primo luogo, dobbiamo ringraziare il Ministro per i Beni culturali della Repubblica Italiana, l’On. Prof. Ornaghi che da subito ha creduto a questa iniziativa. Un pensiero di ringraziamento anche al Soprintendente per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma, la Dott.ssa Daniela Porro: a lei e all’Istituzione che presiede, il nostro sincero ringraziamento per la diretta partecipazione alla realizzazione della Mostra e per l’ospitalità che ci ha riservato. In modo particolare, comunque, sento il dovere di ringraziare il Presidente del Comitato di san Floriano nella persona di Mons. Angelo Zanello e soprattutto don Alessio Geretti che alla nostra richiesta ha corrisposto immediatamente con entusiasmo, superando ostacoli di diverso tenore, primo fra tutti il tempo, e realizzando una Mostra che ha già tutti i segni per essere considerata grande e storica.

Ci auguriamo che i Visitatori possano essere non solo numerosi, ma soprattutto attenti nel cogliere il messaggio che da queste opere promana, per poter compiere un cammino che da Castel Sant’Angelo giunga fino a San Pietro, alla tomba dell’Apostolo Pietro, per rendere grazie di una testimonianza così forte e incisiva da permanere nei secoli come un impegno da trasmettere per quanti credono che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio.

[00205-01.01]

INTERVENTO DEL REV.DO DON ALESSIO GERETTI

CHIAVE TEOLOGICA DELLA MOSTRA

IL CAMMINO DI PIETRO
Cosa un uomo può fare per Dio.
Cosa Dio può fare di un uomo.

 INTRODUZIONE: Pellegrini sui passi di Pietro

Davanti all’opera:
1. Vitale degli Equi, detto da Bologna,
San Pietro benedice un pellegrino

Entrare nelle sale di una mostra d’arte è delizia per lo sguardo, arricchimento per la conoscenza, emozione continua.
Entrare in questa mostra è qualcosa di più.
È uscire dal tempo ordinario, lasciarselo alle spalle, per entrare nel tempo speciale del teatro. Gli attori sono le opere d’arte, interpreti scelti – di indubbio valore artistico, non troppi, portatori di radiazioni spirituali – che narrano la storia di un uomo nel quale tutti possono riconoscersi almeno in parte: Pietro, l’apostolo scelto da Gesù sul lago di Galilea e morto a Roma, a pochi passi da questo antico Castello.
Il cammino di Pietro lascia orme di entusiasmo e di sconforto, di convinzione e di dubbio, di forza e di crisi. Il credente e il non credente, seguendo di orma in orma l’avventura di quell’uomo, percepiscono cos’è davvero la fede, cosa un uomo può fare per fede e cosa la fede può fare di un uomo.
Non mancano, lungo il percorso, magnifici confronti storici e artistici tra iconografie, botteghe, autori, tecniche. Non mancano le sorprese, gli inediti che finalmente possono essere pubblicamente ammirati o i capolavori che mai avevano prima d’oggi lasciato la propria sede. Accanto a ciò, l’obiettivo della mostra è dare voce alla missione per cui queste opere furono pensate e volute: cancellare la distanza di tempo e di spazio che separa noi dagli eventi documentati nei Vangeli, per farcene diventare contemporanei.
Tra le molte testimonianze archeologiche e artistiche dedicate all’apostolo Pietro, qui si incontrano solamente opere in cui gli artisti hanno tentato di rappresentare la fede di quell’uomo, trascurando molte altre dedicate alle sue gesta o alla sua fisionomia. Le testimonianze più grandiose, poi, stanno oltre il confine della mostra, in questa stessa città di Roma: la necropoli vaticana sotto la Basilica di San Pietro; la Consegna delle Chiavi affrescata da Perugino nella Cappella Sistina; la Crocifissione di Pietro dipinta da Caravaggio, nella chiesa di Santa Maria del Popolo.
Chi era Pietro? Uomo di carattere impulsivo, irruente, certamente generoso, era di età non molto distante da quella di Gesù, nativo di Betsaida, in Galilea, sulle sponde orientali del lago di Tiberiade, figlio di una famiglia di pescatori – suo padre si chiamava Giovanni –. Suo fratello Andrea aveva un nome di origine greca, segno che la regione da cui venivano era terra cosmopolita, abituata al confronto e all’apertura mentale: un dato importante per capire tutta la storia umana di Pietro. Lui, invece, prima di incontrare Gesù si chiamava Simone: in ebraico è un nome che significa "colui che ascolta, il discepolo". Nel suo primo nome c’era il suo destino, nel suo nuovo nome ci sarà la sua missione.

 MOMENTO I: Incontro

Davanti alle opere:
2. Meister der Cabern'schen Gedächtnis-Stiftung,
Pesca miracolosa e chiamata di Pietro
3. Hans Harder,
Pietro cammina sulle acque
4. Anonimo pittore di Leuven,
Apparizione di Gesù sulle rive del lago di Tiberiade
5. Benedetto Tisi, detto il Garofalo,
Vocazione degli apostoli Pietro e Andrea
6. Andrea Camassei,
Vocazione degli apostoli Pietro e Andrea

 La fede non è una convinzione maturata ragionando: è la risposta ad un avvenimento.
Nella partita tra Dio e l’uomo, Dio gioca la prima mossa, rendendosi in diversi modi presente.
La fede consiste dunque anzitutto in un incontro personale.
Accostando le pagine dei quattro Vangeli si può ricostruire il primo incontro di Pietro con Cristo: Gesù lo vide per la prima volta a Betania, al di là del fiume Giordano. Gesù di Nazareth aveva già chiamato a seguirlo Giovanni e Andrea, discepoli di Giovanni il Battista. Tutto comincia con uno sguardo di Cristo: Andrea presenta il fratello Simone a Gesù, che "fissando lo sguardo dentro di lui" gli disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa". In un attimo, Pietro si sente dire ciò che lui era, ciò che lui è e ciò che lui sarà.
L'appuntamento successivo, decisivo per Pietro, avvenne a Cafarnao, una località sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade. Qui lui e il fratello conducevano la propria attività di pescatori. Gesù un mattino li vede, sale sulla loro barca e chiede di scostarsi un pò da riva in modo che la folla che lo seguiva potesse ascoltarlo. Poi, a predicazione conclusa, Gesù chiede loro un gesto che, in forza della loro esperienza di pescatori professionisti appariva del tutto irrazionale: gettare le reti in pieno giorno benché, in condizioni decisamente più favorevoli, cioè nella notte, non fossero riusciti a pescare nulla. La pesca miracolosa che avviene a quel punto è la vera svolta nella vita di Pietro: il Vangelo scrive sinteticamente che lui e i suoi compagni, "tirate le barche a riva, lasciarono tutto e lo seguirono".
Pietro, lanciandosi in questa avventura, dovrà vincere il più grande nemico di sé, che è Pietro stesso. All’inizio, al primo impatto con la figura affascinante e misteriosa di Gesù, Simone si ritrae, sente quella sproporzione che, nella Bibbia, l’uomo di fede sperimenta di fronte al rivelarsi di Dio. Quando la nave quasi affonda per la quantità di pesci, Pietro reagisce spaventato: "Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo: ‘Signore, allontanami da me, perché sono un peccatore’. Grande sgomento l’aveva infatti afferrato, lui e tutti quelli che erano insieme con lui" (Lc 5, 4-9).
La fede è dunque un’esperienza altamente drammatica, perché costringe a misurarsi continuamente col proprio limite e a non averne paura.

 MOMENTO II: Stupore

Davanti alle opere:
7. Jan Breughel der Ältere,
La navicella nella tempesta
8.
Mattia Preti, San Pietro trova la moneta del tributo nel pesce
9. Vasilij Polenov,
Gesù resuscita la figlia di Giairo
10.
Lorenzo Veneziano, Cristo consegna le chiavi a san Pietro
11. Novgorod,
Icona della Trasfigurazione

 La fede consiste in uno sguardo di meraviglia. Perciò le si accompagnano da sempre la filosofia – il pensiero scaturito dalla meraviglia per il fatto che la realtà c’è – e l’arte – le forme scaturite dalla meraviglia per la bellezza della realtà –.
Il cammino di meraviglia ora riparte dalla casa di Pietro a Cafarnao e percorre alcuni momenti della vita dell’apostolo con Gesù tra i villaggi della Galilea. Il contatto con Cristo fa crescere la smisurata ammirazione e fiducia di Pietro nei confronti del Maestro, con il quale vive esperienze esaltanti.
Se Pietro da una parte è tentato di tirarsi indietro, dall’altra cerca con tutte le forze di essere all’altezza della chiamata e di dimostrare a Gesù il suo amore e il suo entusiasmo per lui. L’episodio più significativo in questo senso è la camminata sulle acque, quando tutti sono sconcertati da Gesù che appare di notte in mezzo al mare in tempesta. Pietro supera l’incredulità, l’attaccamento a Gesù comincia a fare differenza, e l’apostolo osa dire: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque". Gesù ama quest’audacia e gli dice: "Vieni!". Ad un certo punto di fronte alla violenza del vento s’impaurisce e comincia ad affondare; allora grida: "Signore, salvami!" (Mt 14, 28-30). Ha ripiegato per un attimo su di sé e sulle difficoltà del momento l’attenzione, invece che osare il coraggio della fede sapendo che nulla è impossibile a Dio.
Pietro sapeva che davvero nulla è impossibile a colui che ha riconosciuto come il Figlio del Dio vivente: tra i vari miracoli impressionanti, Pietro, a casa di Giairo, capo della sinagoga della sua città di Cafarnao, aveva visto Gesù risvegliare dalla morte la figlia dodicenne di quell’uomo.
Su ordine del Maestro aveva cercato nella bocca di un pesce una moneta con cui pagare il tributo al Tempio di Gerusalemme, puntualmente trovata come predetto da Cristo – episodio magistralmente reso dal ciclo affrescato da Masaccio e Masolino in Cappella Brancacci a Firenze, fondamentale punto di riferimento nella storia dell’iconografia di san Pietro.
Sul monte Tabor lo sguardo di Pietro era rimasto abbagliato e stordito dallo splendore misterioso irradiato da Gesù al momento della trasfigurazione, cui egli è presente come testimone privilegiato.
La fede in Pietro diventa sempre più un sapere e una forza, fondato sull’esperienza dell’invisibile che si manifesta nella storia.
Lo sguardo di Gesù sull’apostolo vede già cosa quell’uomo diventerà per opera di Dio, trasformato dalla forza della fede fino a diventare per altri la roccia della fede: a Cafarnao, anticipando quanto verrà confermato sulle rive del lago di Tiberiade dopo la risurrezione, Gesù ribadisce a Simone il suo nuovo nome, Pietro, che completa il primo: Simone ha la radice dell’ebraico shemà, ascoltare, e dunque è il nome proprio di chi è chiamato a essere discepolo; il secondo è il nome della sua particolare missione apostolica, che continuerà ben oltre i confini del singolo uomo da cui è iniziata.
Ma Simon Pietro è anche incostante e timoroso nei momenti cruciali, fino al punto da abbandonare il Maestro nell’ultima notte e da rinnegarlo apertamente per tre volte, fuori dalla casa di Caifa, qualche ora dopo aver giurato che mai l’avrebbe tradito. Come può essere costui la roccia della fede? L’avventura del pescatore di Galilea, con le sue intuizioni e le sue cadute, chiarisce che la fede non è una qualità della carne e del sangue – cioè il risultato del valore di un uomo, un vanto da esibire con arroganza – ma un dono ricevuto. Simone diventa Pietro in quanto pronuncia il primo Credo.
E professare il Credo non è frutto delle sole forze umane.
La consegna delle chiavi a Simon Pietro diventa inoltre una profezia bellissima di Cristo sul pescatore di Galilea. Quando Gesù dice a Pietro che gli avrebbe consegnato le chiavi del Regno dei cieli, con il potere di aprire e chiudere, di sciogliere e legare, sta dicendo che il capo degli Apostoli ha la funzione del portinaio: uno che deve giudicare se accogliere o rifiutare.
Ebbene, nel cuore di Pietro, che sempre più chiaramente si scopre davanti agli occhi di Cristo un "uomo di poca fede", c’è la misericordia: la fede, per il Vangelo, consiste anzitutto nel credere fermamente che Dio è misericordia, amore che perdona. Pietro stesso, che è caduto nella tentazione e che ha rinnegato in modo inescusabile il suo Signore per tre volte, ha ricevuto il perdono, e proprio per questo può essere il miglior custode possibile delle chiavi del Cielo.

 MOMENTO III: Resistenza 

Davanti alle opere:
12. Giovanni Baglione,
Lavanda dei piedi
13. Marcello Venusti,
Orazione di Cristo nell’orto e risveglio di Pietro
14. Cavalier d’Arpino,
Orazione di Cristo nell’orto
15. Dirck van Baburen,
Cattura di Cristo ed episodio di Malco

 Veramente impressionante è osservare che non c’è nessuno degli apostoli, nessuno dei personaggi del Nuovo Testamento, come Pietro, così messo a nudo nella sua umanità, in tutta la sua debolezza e la sua fatica nel credere. In Pietro c’è qualcosa che oppone resistenza alla fede.
Ciò che più colpisce l’immaginario degli artisti è vedere come Simone reagisce, come si muove maldestro davanti alla preferenza immensa che Cristo ha nei suoi confronti, in un cammino di sgretolamento progressivo della propria sicurezza di sé.
È la fede come lotta, dramma fino alla resa finale, fino all’abbandono totale, quando gli potrà dire sulla riva del lago: "Tu sai tutto, tu lo sai che io ti amo" (Gv 21,16).
La resistenza di Pietro, lo scandalo interiore dell’apostolo, consiste nel non accettare del tutto la differenza tra come Dio si rivela e come l’uomo si aspetta una tale rivelazione.
Durante l’Ultima Cena, Pietro si oppone al gesto della lavanda dei piedi, che gli appare assurdo: "Non mi laverai mai i piedi!" (Gv 13, 8). Riaffiora, come sulla barca dopo la prima pesca miracolosa, la stessa testarda tentazione di mantenere una distanza tra sé e Gesù. Simone non riesce ad arrendersi all’idea che Dio sia così diverso da come lo immaginava.
Quasi stremato da un credere che sembra domandare troppo, Pietro si abbandona ad un invincibile sonno mentre il Maestro entra nella sua tremenda agonia nell’Orto degli Ulivi: è quasi il rovescio dell’esperienza della trasfigurazione sul monte Tabor. Giunto, dopo un’ora circa, il manipolo guidato da Giuda per catturare Cristo, l’istinto spinge Pietro ad un tentativo di difendere Gesù con la forza – manifestando ancora una volta di non voler credere ancora che l’amore è la forza suprema del mondo –. A quel punto, Pietro si preoccupa di difendere se stesso, abbandonando all’improvviso il Nazareno che non riesce a seguire fino alla fine.
Anche il credente può sperimentare l’incredulità.
Anche il non credente può desiderare la fede.

 MOMENTO IV : Crisi e rinascita

Davanti alle opere:
16. Georges de La Tour,
Pietro rinnega Cristo
17. Giovan Francesco Barbieri, detto il Guercino,
Le lacrime di Pietro
18. Pittore napoletano (tra Juan Do e Giovanni Ricca),
Le lacrime di Pietro
19. Eugène Burnand,
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro all'alba

 Per tre volte, nel cortile della casa di Caifa, mentre il Sinedrio sta concludendo il processo notturno indetto per condannare Gesù, alcuni dicono a Pietro: "Tu sei di loro, tu lo conoscevi", e per tre volte Pietro rinnega. "E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltandosi, fissò lo sguardo dentro Pietro, e Pietro si ricordò della parola del Signore, il quale gli aveva detto: ‘Oggi, prima che il gallo canti la seconda volta, tu mi rinnegherai tre volte’, e uscito fuori, pianse amaramente" (Lc 22, 60-62).
Pietro crolla del tutto e si arrende definitivamente all’amore di Cristo.
Il culmine della fede è scoprire la misericordia di Dio.
L’uomo vorrebbe essere amato perché vale, ma se vuole essere amato perché vale, in fondo ama se stesso e pretende di fondare su di sé la propria vita, non si lascia amare realmente.
La vera rinascita avviene il terzo giorno. Quello dopo il sabato.
Alla prima notizia del sepolcro vuoto, dove non è più presente il corpo di Gesù ma soltanto i teli intatti in cui era stato avvolto e rinchiuso dopo la morte poche ore prima, Pietro corre alla tomba insieme a Giovanni, sconvolto e confuso dal racconto di Maria di Magdala e da quanto verifica personalmente.
Le lettera di san Paolo ci consegnano un’importante testimonianza (1Cor 15, 3-7): Cefa viene presentato quale primo testimone della risurrezione di Gesù Cristo. Anche il Vangelo di Luca, al termine della pericope dei discepoli di Emmaus, ricorda una prima apparizione del Signore risorto riservata a Simon Pietro (Lc 24,34).
Il Vangelo di Giovanni, al capitolo ventunesimo, narra la terza apparizione del Risorto sulle rive del lago di Tiberiade, quasi riconducendo al punto di partenza l’intera vicenda, e come in un nuovo inizio avviene una nuova pesca miracolosa. Pietro riconosce il Signore e tra i due si rinnova con triplice confessione di amore l’intima confidenza che il triplice rinnegamento non aveva potuto distruggere.

 MOMENTO V: Abbandono in Dio

Davanti alle opere:
20. Giovanni Serodine,
Pietro medita in carcere
21. Gerrit van Honthorst,
L’angelo libera Pietro dal carcere
22. Luca Giordano,
L'angelo libera Pietro dal carcere
23. Simon Vouet,
San Pietro visita sant'Agata in carcere

 Da questo punto in poi vediamo la fede in azione nella vita di Pietro: l’apostolo risale sulla barca e guida la Chiesa.
È un Pietro molto cambiato quello che troviamo negli Atti degli Apostoli: lo sguardo di Gesù che si è posato su di lui al canto del gallo, nel cortile del Sommo Sacerdote, e gli incontri con Gesù risorto lo hanno reso capace di una vita che non era alla portata delle sue sole forze.
È un Pietro maturo, che sa gestire le situazioni più complicate, che sa essere scaltro, che si ritrova in cuore una dote così poco congeniale al suo carattere d’origine: la pazienza. Due volte incarcerato, due volte viene liberato miracolosamente. Uscito per un intervento angelico dalla seconda prigionia, si affaccia a Gerusalemme in casa della mamma di Marco, il segretario fedele che dei racconti di Pietro avrebbe fatto la fonte per scrivere il suo Vangelo.
Pietro sperimenta sempre di più che la fede consiste nell’abbandonarsi in Dio, sicuri della sua presenza e della sua cura per ogni uomo.
D’altra parte, all’inizio tutto era cominciato così: Gesù aveva detto: "il regno dei cieli è vicino, credete". La notizia sconvolgente e bellissima della prossimità di Dio all’uomo – "è vicino" – e la possibilità di affidarsi a lui – "credete" – sono tra loro congiunte. Pietro, a questo punto della sua vita, sa quanto è vero che Dio è vicino, tanto vicino che nemmeno le sbarre di una cella possono tenerlo a distanza e impedirgli di provvedere al bene di chi gli dice: "salvami".
Pietro ha imparato a essere sicuro non di sé, come all’inizio della sua avventura, ma di Dio.
Nel cammino di Pietro la fede si rivela sempre più chiaramente come il principio di una vita nuova, connotata dal superamento di ogni paura ordinaria e dal conferimento di una audacia altrimenti inspiegabile in un drappello di uomini limitati il cui Maestro era morto in modo vistosamente fallimentare.
Non di rado l’iconografia cristiana rievocherà nei secoli le manifestazioni di Pietro, che appare ad altri credenti nel momento della prova e dello sconforto – come nel caso di sant’Agnese in carcere – per infondere loro il coraggio della perseveranza: la fede, in effetti, è essenzialmente fedeltà, dunque perseveranza, ma non nel senso di un eroico sforzo umano di coerenza e di resistenza al nemico. Si tratta piuttosto della perseveranza come dono, della sorpresa di scoprire in sé l’apparizione di una forza che viene dall’alto, attraverso la preghiera.
Quando tutto ci abbasserebbe lo sguardo con tristezza, la fede insegna a elevarlo e a dirigerlo in Dio, nelle cui mani sta la storia del cosmo e la nostra personale vicenda.
Perché quando sembra che tutto prosperi, non è detto che sia davvero così.
E quando sembra che tutto rovini, non è detto che sia davvero così.

 MOMENTO VI: Fraternità

Davanti alle opere:
24. Creta (Nikolaos Ritzsos?),
Pietro e Paolo sostengono la Chiesa
25. Cerchia moscovita dei maestri di icone del Monte Athos,
San Paolo e San Pietro. L’amore fraterno
26. Scuola di Mosca,
Chiesa portatile: iconostasi
27. Scuola di Mosca,
Icona della Blachernitissa
28. Scuola di Novgorod,
Giudizio universale con san Pietro

 La fede, per Pietro e per i primi cristiani dopo la risurrezione di Gesù, è anche l’esperienza di una nuova fraternità. Credere è certamente un atto personale, ma nel momento in cui accoglie l’Altro si realizza e si manifesta come apertura all’altro, tanto che fin dagli scritti apostolici la comunione viene considerata il criterio di verità della fede.
Mentre la capacità di abbandono in Dio è il segno visibile che la fede trasforma un uomo, l’armonia fraterna, la solidarietà verso i più poveri e i più sofferenti, il vincolo di unità con gli apostoli e in particolare tra gli apostoli e Pietro, sono i segni visibili che la fede trasforma i molti, i diversi e i divisi in una realtà nuova, in una compagnia affiatata e affidabile.
Nel cammino di Pietro, ciò si manifesta in modo speciale nel suo rapporto con l’apostolo Paolo. Frequentemente raffigurati insieme, i due apostoli Pietro e Paolo sono presentati come i nuovi fondatori della nuova Roma, quella spirituale, e prendono il posto di Romolo e Remo: quelli, fratelli a causa del sangue, non hanno saputo amarsi; Pietro e Paolo, pur con una evidente e talvolta problematica differenza di personalità, di idee e di stile, vivono il miracolo di una nuova fraternità a causa della fede.
L’iconografia dei due apostoli riuniti, inoltre, rappresenta anche la fede come principio di unità nella Chiesa: unità tra coloro che si riconoscono fratelli proveniendo ex circumcisione – cioè da Israele – ed ex gentibus – cioè dal mondo pagano –.
Una scelta pensata per manifestare la bellezza e la forza di quell’unità, nella mostra, è di affidarne la testimonianza ad icone provenienti dalla cristianità d’Oriente, come un segno e un richiamo per tutti i discepoli di Cristo a seguire anche su questo punto le orme di Pietro.
Il vincolo di comunione che la fede genera, infine, non viene interrotto dalla morte fisica.
A questa destinazione alla comunione eterna vanno ricondotte diverse iconografie di Pietro, che lo rappresentano in Paradiso, sul trono con gli altri apostoli per il Giudizio finale, impegnato nell’intercedere per i credenti che ancora sono in terra, alla porta del cielo con le chiavi di Cristo. Nel Giudizio finale affrescato da Michelangelo nella Cappella Sistina la robusta figura di Pietro restituisce a Cristo le chiavi, che l’artista dipinge prive dell’anello necessario per poterle girare e quindi utilizzare: ormai non servono più, il tempo della storia è concluso, la missione della Chiesa è compiuta e nulla può più dilazionare la pienezza della comunione tra i figli di Dio.

 MOMENTO VII: Missione

Davanti alle opere:
29. Bottega romana,
La barca della Chiesa guidata dai santi Pietro e Paolo
30. Anonimo,
Dittico con i volti dei santi Pietro e Paolo
31. Manifattura cividalese,
Coperta dell'Evangeliario di San Marco
37. Marco Basaiti,
San Pietro in cattedra e quattro santi
32. Guido Reni,
Paolo redarguisce Pietro penitente 

Sappiamo certamente che Pietro viaggiò molto per diffondere il Vangelo, a cominciare dalla Giudea e dalla Samaria. Negli Atti degli Apostoli, Pietro è ricordato, oltre che a Gerusalemme, a Lidda, Joppe, Cesarea. Nella sua prima Lettera, Pietro si rivolge ai «fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia» (1 Pt 1,1), segno che probabilmente ha conosciuto gli abitanti di questi luoghi. Sappiamo certamente, inoltre, che Pietro giunge a Roma, dove culminerà la sua missione e la sua personale vicenda di fede.
La presenza, il martirio e la sepoltura di Pietro è attestata per la prima volta dalle parole del presbitero Gaio, che allude al "trofeo" (ovvero le spoglie mortali) di Pietro in Vaticano; questa testimonianza è riportata proprio nell’opera di Eusebio di Cesarea, citazione diretta delle parole di Gaio degli anni del pontificato di Zefirino, tra il 199 e il 217.
In quello stesso periodo, il martirio è attestato da Tertulliano, che verso il 200 scrive (De praescriptione haereticorum 36) che la preminenza di Roma è legata al fatto che tre apostoli, Pietro, Paolo e Giovanni, vi hanno insegnato e i primi due vi sono morti martiri.
Ancor prima la missione e il martirio di Pietro e di Paolo a Roma sono attestati da Clemente Romano, nella lettera ai Corinzi databile verso l’anno 96.
Nell’arte non mancano le rappresentazioni di Pietro che contengono già gli elementi iconografici che si riferiscono al primato del successore di Pietro, il Papa. Il successore di Pietro diventa il coriféo degli apostoli e della chiesa, ossia colui che – come nei drammi dell’antica Grecia – sta a capo del coro e lo dirige, per produrre, a partire dallo spartito della Parola di Dio, quell’armonia di suoni che è la fede. Egli non decide secondo il proprio arbitrio, ma ha la missione di custodire la fedeltà della Chiesa alla Parola di Dio, superando l’ostacolo dell’arbitrarietà, del conformismo e della volubilità.
L’iconografia petrina, oltre a ripresentare l’apostolo nella gloria dei santi come intercessore, lo presenta spesso rivestito delle prerogative pontificali, in una fusione dei piani temporali che vuole significare il nesso teologico tra il primo anello della catena e i successivi.
All’intercessore per eccellenza che conferma la fede dei fratelli, alla roccia su cui fondarsi nell’edificare da credenti la propria vita, hanno guardato diversi santi e guardano i pellegrini di tutti i tempi, che fin dalla prima ora frequentano la tomba dell’apostolo sul colle Vaticano, per imparare la fede.

 MOMENTO VIII: Somiglianza

Davanti alle opere:
33. Hans Süss von Kulmbach,
San Paolo sulla via di Damasco
34. Hans Süss von Kulmbach,
L'angelo libera san Pietro dal carcere
35. Hans Süss von Kulmbach,
Cattura dei santi Pietro e Paolo
36. Hans Süss von Kulmbach,
Crocifissione di San Pietro

 "Signore dove vai?" aveva domandato a Gesù, nell’ultima cena, secondo il Vangelo di Giovanni; e Gesù gli aveva risposto: "Dove io vado ora tu non puoi seguirmi. Mi seguirai più tardi". Si potrebbe interpretare la risposta come un riferimento all’ingresso nella gloria celeste: in realtà, leggendo attentamente tutti i discorsi della passione negli ultimi capitoli di Giovanni, si capisce che il primo riferimento è alla croce, perché il passaggio attraverso cui Cristo viene introdotto nella gloria è la croce.
Era rimasta in sospeso la promessa di Gesù: "mi seguirai più tardi". E la promessa si compie. "Domine, quo vadis?", chiede Pietro, secondo una leggenda, a Cristo che gli appare sull’Appia Antica mentre a Roma scoppia la persecuzione? "Eo Romam iterum crucifigi", risponde Gesù. Quella croce che Pietro aveva rigettato, meritandosi dopo la trasfigurazione l’appellativo di satana, quella croce di fronte alla cui imminenza era fuggito come un vigliacco nel Getsemani, diventa infine il suo onore supremo. A tal punto che, secondo la tradizione, Pietro, non sentendosi degno di una tale identificazione col Signore, si fa crocifiggere a testa in giù.
È impressionante come, dopo tutta la storia di affiatamento e sgretolamento, di esaltazione e di umiliazione che abbiamo visto, gli Atti degli Apostoli mostrino la trasformazione di Pietro, che diventa sempre più simile a Cristo: Pietro compie molti gesti identici a quelli che Gesù aveva fatto in vita, Pietro sembra Cristo. Ciò è vero fino alla consumazione conclusiva, fino all’immedesimazione totale, fisica, con il sacrificio di Cristo.
Quando l’imperatore Costantino, verso l’anno 320, decise di edificare una basilica sul luogo della tomba di Pietro, sepolto immediatamente al di fuori del circo di Gaio Caligola che segnava il limite settentrionale degli horti di Nerone (i giardini dove era avvenuto, a seguito dell’incendio di Roma dell’anno 64, il martirio dei primi cristiani di Roma e dello stesso Pietro), non sfruttò, come sarebbe stato più ovvio e più sicuro per la solidità della nuova costruzione, lo spazio piano tra Gianicolo e Vaticano che era stato occupato dal circo, ma volle fare corrispondere il punto centrale della Basilica, all’intersezione tra navata centrale e transetto, con la sepoltura dell’apostolo; e con un grandioso lavoro ingegneristico realizzò una vasta piattaforma artificiale, da un lato tagliando le pendici del colle Vaticano, dall’altro seppellendo e utilizzando come fondamenta le strutture della necropoli sviluppatasi lungo il lato settentrionale del circo tra I e IV secolo. La Mole Adriana – trasformata nella struttura che chiamiamo Castel Sant’Angelo – di fatto sorge all’apice opposto del percorso cimiteriale che giunge appunto fino alla tomba di Pietro.
Idealmente, il cammino di Pietro e il percorso della mostra si conclude con lo sguardo dal Castello verso la Basilica.
È un modo per ricordare che la fede, per "quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29), è in fondo un vedere attraverso gli occhi di chi ha visto.

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 [B0074-XX.01]