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CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO: "LUCE DEL MONDO. IL PAPA, LA CHIESA, I SEGNI DEI TEMPI. UNA CONVERSAZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON PETER SEEWALD." (LEV), 23.11.2010


CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO: "LUCE DEL MONDO. IL PAPA, LA CHIESA, I SEGNI DEI TEMPI. UNA CONVERSAZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON PETER SEEWALD." (LEV)

INTERVENTO DI S.E. MONS. RINO FISICHELLA

INTERVENTO DEL DOTT. LUIGI ACCATTOLI

Alle ore 10.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la Conferenza Stampa di presentazione del libro: "Luce del Mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi. Una conversazione del Santo Padre Benedetto XVI con Peter Seewald." (Libreria Editrice Vaticana).
Intervengono S.E. Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova Evangelizzazione e il Dott. Luigi Accattoli, giornalista. Sono presenti il Dott. Peter Seewald, Autore dell’intervista e il Rev.mo Don Giuseppe Costa, S.D.B., Direttore della Libreria Editrice Vaticana.
Pubblichiamo di seguito gli interventi di S.E. Mons. Rino Fisichella e del Dott. Luigi Accattoli:

INTERVENTO DI S.E. MONS. RINO FISICHELLA

Licht der Welt. Luce del mondo. La grafia del Papa è inconfondibile e trovarla impressa sulla prima pagina del volume fa un certo effetto. Lui stesso, con estrema probabilità, ha scelto il titolo e questo è significativo. In un'intervista si suppone che il ruolo centrale spetti all'intervistato; in questo caso, però, non è così. Il titolo scelto non permette che ci si fermi sulla persona del Papa, ma rimanda oltre, a chi ancora dopo duemila anni illumina la storia, perché aveva detto di essere la "luce del mondo". Protagonista di queste pagine, comunque, appare da subito la Chiesa. Le tante domande che compongono il colloquio, non fanno che evidenziare la natura della Chiesa, la sua presenza nella storia, il servizio che il Papa è chiamato a svolgere e, cosa non secondaria, la missione che ancora oggi deve continuare per essere fedele al suo Signore. "Viviamo un'epoca nella quale è necessaria una nuova evangelizzazione. Un'epoca nella quale l'unico Vangelo deve essere annunciato nella sua razionalità grande e immutata, ed insieme in quella potenza che supera quella razionalità, in modo tale da giungere in modo nuovo al nostro pensare e alla nostra comprensione… È importante intendere la Chiesa non come un apparato che deve fare di tutto, bensì come organismo vivente che proviene da Cristo stesso" (pp. 193-194). Alla luce di questo riferimento, è facile percepire l'obiettivo che segna questi anni del pontificato tesi a mostrare quanto sia decisivo per l'uomo di oggi saper cogliere la presenza di Dio nella sua vita per poter rispondere in modo libero -questo in effetti comporta la continua sottolineatura della razionalità- alla domanda qualificante sul senso della propria esistenza. Il raggio d'azione su cui verte l'intervista è vasto, sembra che nulla sfugga alla curiosità di P. Seewald che vuole entrare fino nelle pieghe della vita personale del Papa, nelle grandi questioni che segnano la teologia del momento, le diverse vicende politiche che accompagnano da sempre le relazioni tra diversi Paesi e, infine, gli interrogativi che spesso occupano gran parte del dibattito pubblico. Siamo dinanzi a un Papa che non si sottrae a nessuna domanda, che tutto desidera chiarificare con un linguaggio semplice, ma non per questo meno profondo, e che accetta con benevolenza quelle provocazioni che tante questioni possiedono. Ridurre, tuttavia, l'intera intervista a una frase estrapolata dall'insieme del pensiero di Benedetto XVI sarebbe un'offesa all'intelligenza del Papa e una gratuita strumentalizzazione delle sue parole. Ciò che emerge dal quadro complessivo di queste pagine, invece, è la visione di una Chiesa chiamata ad essere Luce del mondo, segno di unità di tutto il genere umano -per usare una nota espressione del concilio Vaticano II- e strumento per cogliere l'essenziale della vita. Anche se appare ai nostri occhi come una Chiesa che dà scandalo, che non vuole adeguarsi ai comportamenti di moda, che appare incomprensibile nei suoi insegnamenti e che, forse, lascia intravedere possibili trame interne di uomini che ne adombrano la sua santità. In ogni caso, sull'insegnamento del Maestro "luce del mondo", città posta sopra la montagna per essere vista da tutti. Segno di contraddizione che ha la missione di mantenere viva nel corso dei secoli la fede nel Signore Risorto fino al suo ritorno: "Guardiamo a Cristo che viene. È in questa prospettiva che viviamo la fede, rivolti al futuro" (p. 97).

Licht der Welt, ovviamente, non è un volume scritto da Benedetto XVI; eppure, qui si condensa il suo pensiero, le sue preoccupazioni e sofferenze di questi anni, il suo programma pastorale e le aspettative per il futuro. L'impressione che si ricava è quella di un Papa ottimista sulla vita della Chiesa, nonostante le difficoltà che l'accompagnano da sempre: "La Chiesa cresce ed è viva, è molto dinamica. Negli ultimi anni il numero dei sacerdoti è aumentato in tutto il mondo e anche il numero dei seminaristi" (p. 28). Come dire: la Chiesa non può essere identificata solo nel frammento di una zona geografica; essa è un tutto che fonda, abbraccia e supera ogni parte. Una Chiesa composta anche da peccatori; eppure, senza minimizzare il male, egli può giustamente affermare che "se la Chiesa non ci fosse più, interi ambiti di vita andrebbero al collasso" (p. 54), perché il bene che compie è davanti agli occhi di tutti nonostante si voglia spesso volgere lo sguardo altrove.

Pagina dopo pagina si nota la pazienza di voler rispondere con chiarezza a ogni interrogativo che viene posto. Benedetto XVI apre il cuore della sua vita quotidiana, così come esprime con la dovuta parresia i problemi che sono sul tappeto della storia di questi anni. Se, da una parte, sembra farci entrare nel suo appartamento, condividendo con il lettore i ritmi della sua giornata, dall'altra evoca immagini che ben descrivono lo stato d'animo dei mesi passati: "Sì, è una crisi grande, bisogna dirlo. E' stato sconvolgente per tutti noi. All'improvviso tutta quella sporcizia. E' stato come se il cratere di un vulcano avesse improvvisamente eruttato una grossa nube di sporcizia che insudiciava e rabbuiava tutto" (p. 44). Il tono semplice delle sue risposte si fa forte della plasticità delle immagini che spesso ricorrono, permettendo di comprendere a pieno il dramma di alcuni fatti. Eppure, dalla pacatezza delle risposte e dallo sviluppo del suo argomentare, ciò che emerge in maniera netta è soprattutto la spiritualità che caratterizza la sua vita tanto da lasciare ammutoliti. "Fin dal momento in cui la scelta è caduta su di me, sono stato capace soltanto di dire solo questo: Signore, cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è tua. Tu mi devi condurre. Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto, ora devi anche aiutarmi" (p. 18; cfr p. 33). Chi legge si arrende. O si accetta la visione della fede come un autentico abbandonarsi in Dio che ti trasporta dove vuole lui, oppure ci si lascia andare alle interpretazioni più fantasiose che caratterizzano spesso il chiacchiericcio clericale e non solo. La verità, però, sta tutta in quelle parole. Se si vuole capire Benedetto XVI, la sua vita e il suo pontificato, bisogna ritornare a questa espressione. Qui si condensa la vocazione al sacerdozio come una chiamata alla sequela; qui si comprende il perché di una traiettoria che non può essere modificata nella sua visione del mondo e dell'agire della Chiesa; qui si coglie la prospettiva attraverso la quale è possibile entrare nella profondità del suo pensiero e nell'interpretazione di alcuni suoi atti. C'è un termine in tedesco che sintetizza tutto questo: Gelassenheit, cioè l'abbandono fiducioso usque ad cadaver. Esso esprime la scelta decisiva di libertà come un radicale svuotamento di sé per lasciarsi plasmare e condurre dove vuole il Signore; insomma, il Papa si identifica più di tutti gli altri come un "povero mendicante davanti a Dio" (p. 35). La spiritualità cristocentrica, che più volte viene richiamata, alimentata da un profondo legame con la liturgia (cfr pp. 153- 154); permette di comprendere il comportamento di Benedetto XVI. D'altronde egli stesso lo afferma quando, rispondendo alla domanda sul potere che un Papa possiede, attesta: "Essere Papa non significa porsi come sovrano colmo di gloria, quanto piuttosto rendere testimonianza a Colui che è stato crocifisso e disposto ad esercitare il proprio ministero anche in questa forma in unione con lui" (p. 26). In questa ottica, diventa almeno paradossale leggere l'espressione successiva che sembra contraddire quanto appena affermato mentre, invece, lo colloca nel suo coerente orizzonte di comprensione: "Tutta la mia vita è stata attraversata da un filo conduttore, questo: il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti" (p. 27). Insomma, un Papa che continua ad essere ottimista; non in primo luogo per l'oggettiva dinamicità della Chiesa resa evidente da tante forze di spiritualità, ma soprattutto in forza dell'amore che tutto plasma e tutto vince (pp. 90-91).

Un'intervista che per molti versi diventa una provocazione a compiere un serio esame di coscienza dentro e fuori della Chiesa per giungere a una vera conversione del cuore e della mente. Le condizioni di vita della società, l'ecologia, la sessualità, l'economia e la finanza, la stessa Chiesa… sono tutti temi che richiedono un impegno particolare per verificare la direzione culturale del mondo di oggi e le prospettive che si aprono per il futuro. Benedetto XVI non si lascia impaurire dalle cifre dei sondaggi, perché la verità possiede ben altri criteri: "la statistica non è il metro della morale" (p. 204). E' consapevole che siamo dinanzi a un "avvelenamento del pensiero che a priori dà prospettive sbagliate" (p. 77), per questo provoca a cogliere il cammino necessario verso la verità (cfr p. 79-80), per essere capaci di dare genuino progresso al mondo di oggi (cfr p. 70-71). Queste pagine, comunque, lasciano trasparire con chiarezza il pensiero del Papa e alcuni dovranno ricredersi per le descrizioni avventate date nel passato come di un uomo oscurantista e nemico della modernità: "E' importante che cerchiamo di vivere e di pensare il cristianesimo in modo tale che assuma la modernità buona e giusta" (p. 87) con le sue conquiste e con i valori che ha saputo raggiungere a fatica: "Vi sono naturaliter molti temi dai quali emerge per così dire la moralità della modernità. La modernità non consiste solo di negatività. Se così fosse non potrebbe durare a lungo. Essa ha in sé grandi valori morali che vengono proprio anche dal cristianesimo, che solo grazie al cristianesimo, in quanto valori, sono entrati nella coscienza dell'umanità. Là dove essi sono difesi -e devono essere difesi dal Papa- c'è adesione in aree molto vaste" (p. 40). Questi richiami fanno percepire perché il Papa pensi così sovente al tema della nuova evangelizzazione per raggiungere quanti si trovano nella condizione di essere "figli" della modernità avendo colto solo alcuni aspetti del fenomeno, non sempre i più positivi, mentre hanno dimenticato la necessaria ricerca della verità e, soprattutto, l'esigenza di rivolgere la propria vita in una visione unitaria e non contrapposta (cfr p. 87). Questo risulta essere uno dei suoi compiti programmatici con i quali saremo chiamati a confrontarci: "Affrontare con rinnovate forze la sfida dell'annuncio del Vangelo al mondo, impiegare tutte le nostre forze perché vi giunga, fa parte dei compiti programmatici che mi sono stati affidati" (p. 185; cfr 193). Benedetto XVI ritorna spesso in queste pagine al rapporto tra modernità e cristianesimo. Una relazione che non può né deve essere vissuta parallelamente, ma coniugando in modo corretto fede e ragione, diritti individuali e responsabilità sociale. In una parola, "Rimettere Dio al primo posto" (p. 96) per contraddire gran parte della cultura dei decenni passati che ha puntato a dimostrare superflua "l'ipotesi di Dio" (p. 190). Questa è la conversione che Benedetto XVI chiede ai cristiani e a quanti vorranno ascoltare la sua voce: "Rimettere di nuovo in luce la priorità di Dio. La cosa importante oggi è che si veda di nuovo che Dio c'è, che Dio ci riguarda e che ci risponde. E che, al contrario, quando viene a mancare, tutto può essere razionale quanto si vuole, ma l'uomo perde la sua dignità e la sua specifica umanità e così crolla l'essenziale" (p. 100). E' questo il compito che il Papa si prefigge per il suo pontificato e, onestamente, non si può negare quanto esso appaia arduo: "Comprendere la drammaticità del nostro tempo, rimanere saldi nella Parola di Dio come la parola decisiva e al tempo stesso dare al cristianesimo quella semplicità e quella profondità senza delle quali non può operare" (p. 101).

Familiarità, confidenze, ironia, in alcuni momenti sarcasmo ma, soprattutto, semplicità e verità sono i tratti caratteristici di questo colloquio scelto da Benedetto XVI per rendere partecipe il grande pubblico del suo pensiero, del suo modo di essere e del suo modo di concepire la stessa missione che gli è stata affidata. Un'impresa non facile nel periodo della comunicazione che tende spesso a sottolineare solo alcuni frammenti e lascia in ombra la globalità. Un volume da leggere e su cui meditare per comprendere ancora una volta in che modo la Chiesa può essere nel mondo annuncio di una bella notizia che reca gioia e serenità.

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INTERVENTO DEL DOTT. LUIGI ACCATTOLI

Suggerisco ai colleghi giornalisti di leggere questo volume come una visita guidata al laboratorio papale di Benedetto XVI e al mondo vitale di Joseph Ratzinger. In tale mondo ha un ruolo decisivo la chiamata alla Cattedra di Pietro che lo sorprese quel pomeriggio d’aprile in maglione nero e con quel maglione nero sotto l’abito bianco lo portò sulla loggia della Basilica di San Pietro. La visita guidata ci dice qualcosa sull’uomo in maglione, su quello con l’abito bianco e sul rapporto tra i due. La mia presentazione si appunterà su questo lato umano del suo modo di fare il Papa.

Vedremo Joseph-Benedetto che dubita e si interroga, o che – a seconda dell’argomento che affronta – è sicuro di sé e della sua parola; che ci informa su come è arrivato a una decisione, che ammette errori e ripensamenti o lascia intravvedere qualche futuro orientamento. Coglieremo per lo più quest’uomo chiamato a fare il Papa nell’atteggiamento con cui viene pubblicando i due volumi su Gesù di Nazaret, che propone non come documenti di magistero ma come attestazioni della propria ricerca del volto del Signore. Anche con queste sei ore di conversazione amicale egli mostra la propria disponibilità a fare di tutto per conquistare in qualche modo qualcuno.

Ci avverte fin dall’inizio che "il Papa può avere opinioni personali sbagliate" e certo dispone della "facoltà della decisione ultima" in materia di fede ma ciò "non significa che possa di continuo produrre infallibilità" (pp. 23s). E’ forse in questa riflessione che va cercata la prima radice del libro-intervista che affronta temi anche ardui in un’attitudine di libertà e di azzardo: azzardo nella testimonianza della fede, si intende.

Egli a più riprese (pp. 28, 135s, 161s, 166, 168) si interroga sui suoi 83 anni e su quanti altri gliene darà il Signore e in nostra presenza – si direbbe – ragiona dell’opportunità delle dimissioni qualora venga a trovarsi nell’impossibilità di adempiere alla sua missione (53). Nella stessa pagina nega di aver pensato a dimettersi per lo scandalo pedofilia: "Non si può scappare proprio nel momento del pericolo". Sappiamo che tutti i Papi contemporanei – da Pio XII in poi – si sono posti il problema delle dimissioni, ma prima di questa intervista nessuno l’aveva fatto in pubblico.

Con analoga schiettezza chiede a se stesso – e quasi anche a noi – "se sia veramente giusto offrirsi sempre alle folle e farsi acclamare come una star", ben sapendo che "le persone hanno il grande desiderio di vedere il Papa" (110). Ragiona sull’opportunità di dire "io" o "noi" (124) e si confessa "timoroso" delle decisioni sulle persone (125).

Tratta ampiamente del conflitto della fede cristiana con il nostro tempo, ma in almeno due passi riconosce con parole impegnative "la moralità della modernità" e l’esistenza di una "modernità buona e giusta" (40 e 87). A queste affermazioni in positivo andrebbero uniti i passaggi in cui riconosce le prevaricazioni religiose del passato: dalle "atrocità" commesse "in nome della verità (79) alle "guerre di religione" (84) e ai "rigorismi" nei confronti della corporeità, con i quali "si giunse a impaurire l’uomo" (150). Nel conflitto con il mondo moderno occorrerà dunque chiedersi a ogni passo "in che cosa il secolarismo ha ragione" e dove gli si dovrà invece "opporre resistenza" (88).

All’occasione pronuncia parole polemiche. "Sono state diffuse moltissime stupidaggini, persino da presunti dotti teologi" dice a proposito del ritiro delle scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani (42). Qualifica come "avventurosa, sprecata, stramba" l’esistenza di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (65). "E’ una stupidaggine, perché allora il mondo era pieno di sacerdotesse" esclama quando l’intervistatore evoca l’argomento che "duemila anni fa sarebbe stato impensabile" per Gesù "chiamare le donne al sacerdozio" (209).

In una delle pagine più felici usa un’espressione creativa per aiutare a comprendere il mistero della risurrezione: "Nella risurrezione [Dio] ha potuto creare una forma nuova di esistenza; al di là della biosfera e della noosfera ha posto in essere una nuova sfera, nella quale l’uomo e il mondo giungono all’unità con Dio" (232). Altre volte trattò dell’amore come "traccia" della Trinità inscritta nel "genoma" umano (7 giugno 2009), o svolse similitudini inventive tra il mistero eucaristico e la fissione nucleare (21 agosto 2005).

Non teme di usare espressioni come "peccaminosità della Chiesa" e "quanto misera sia la Chiesa" (241). Il termine "sporcizia" per indicare il peccato che è nella Chiesa – tipico già del teologo e del cardinale Ratzinger, da Introduzione al cristianesimo (1968) alla Via Crucis del 2005 – ricorre nel volume almeno tre volte a proposito della pedofilia del clero e dello "shock enorme" che ha provocato (44s e 59).

Sempre per la sporcizia vi è un ripetuto riconoscimento del ruolo positivo dei media, che aveva già espresso in diverse occasioni ma mai così esplicitamente: "Sin tanto che si tratta di portare alla luce la verità, dobbiamo essere riconoscenti" (49 e 61). Su questo tema ci regala uno degli aforismi più efficaci del volume: "Solo perché il male era dentro la Chiesa, gli altri hanno potuto rivolgerlo contro di lei" (49).

Pronuncia dei "sì" e dei "no" asciutti e su questioni di rilievo, proprio quelle risposte che noi giornalisti amiamo quando facciamo interviste: dice che comprende chi "per protesta lascia la Chiesa" a motivo degli scandali (55); assicura che non avrebbe tolto la scomunica al vescovo Williamson senza condurre un’ulteriore istruttoria se avesse saputo delle sue posizioni negazioniste della Shoah (174). Di Williamson dice anche che "non è mai stato cattolico nel senso proprio del termine: era anglicano e dagli anglicani è passato direttamente a Lefebvre" (175).

Spiega l’itinerario che l’ha portato alla decisione sulle scomuniche dei vescovi lefebvriani, facendo presente che si è seguito lo stesso criterio adottato per i vescovi cinesi ordinati senza il mandato papale e che una tale soluzione era stata prevista prima della sua elezione: "Già sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II in un incontro dei capi dicastero era stato deciso di revocare la scomunica nel caso fosse giunta una lettera del genere", attestante cioè il "riconoscimento" del Primato papale (42 e 174).

Motiva e precisa la novità della preghiera per gli ebrei (155). Difende Pio XII indicandolo come "uno dei grandi giusti" e spiega come si sia informato su ciò che contengono gli archivi prima di approvarne le "virtù eroiche" (157ss). Traccia l’itinerario che l’ha condotto a volere – alla comunione – i fedeli inginocchiati a ricevere l’ostia nella bocca (219).

Cerca con cautela e coraggio una via pragmatica attraverso cui i missionari e altri operatori ecclesiali possano aiutare a vincere la pandemia dell’aids senza approvare ma anche senza escludere – in casi particolari – l’uso del profilattico (169ss). Riafferma il carattere "profetico" dell’Humanae Vitae di Paolo VI ma non si nasconde l’esistenza di una vera difficoltà a "trovare strade umanamente percorribili" per dare seguito a quella profezia e riconosce che "in questo campo molte cose debbono essere ripensate ed espresse in modo nuovo" (203-207).

Si mostra fiducioso sui possibili sviluppi del ritorno alla Chiesa Cattolica di gruppi di anglicani, quasi curioso di vedere "fino a che punto possono salvaguardare la propria tradizione e la forma di vita loro propria" (142), nella quale c’è anche quella dell’ordinazione degli sposati. Il Papa non ne parla, ma in altra pagina del volume, a proposito del celibato afferma di "poter capire" che i vescovi "riflettano" sulla possibilità di ordinare "anche" uomini sposati e aggiunge: "Il difficile viene quando bisogna dire come una simile coesistenza dovrebbe configurarsi" (208).

Si dichiara "molto ottimista rispetto al fatto che il Cristianesimo si trovi di fronte a una dinamica nuova" che forse lo porterà ad assumere "un aspetto culturale diverso" (90s); ma anche "deluso" perché "la tendenza generale del nostro tempo è di ostilità alla Chiesa" (183). Forse la frase più amara del volume riguarda le ostilità sperimentate in patria: "Nella Germania cattolica esiste un numero considerevole di persone che, per così dire, aspetta solo di colpire il Papa" (179).

Sogna il ritrovamento della "semplicità" e "radicalità" del Vangelo e del cristianesimo: queste espressioni ricorrono almeno sei volte e le indico come il maggior dono che egli chiede al suo Signore: "Ora si tratta di portare avanti quanto iniziato [da Giovanni Paolo II: ‘Tessiamo il medesimo pezzo di stoffa’] e di comprendere la drammaticità del nostro tempo, di rimanere saldi nella Parola di Dio come la parola decisiva e al tempo stesso di dare al Cristianesimo quella semplicità e quella profondità senza le quali non può operare" (101; vedi anche 114s, 231s, 242).

La visita guidata al laboratorio papale tocca altre stanze, ma quelle che abbiamo attraversato bastano a darci l’immagine di un Pontificato ricco di invocazioni a Dio e di domande agli uomini. La lettura dell’intervista aiuta a comprendere – e se possibile amare – il mondo di Joseph Ratzinger, il suo singolare destino umano e il suo servizio alla Chiesa.

[01659-01.01]

[B0727-XX.02]