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CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA DELL’ANNO PAOLINO, 28.06.2009


Alle ore 18 di questo pomeriggio, il Santo Padre Benedetto XVI presiede nella Basilica di San Paolo fuori le Mura la Celebrazione dei primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in occasione della chiusura dell’Anno Paolino.
È presente la Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata da S.S. Bartolomeo I e composta da: Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Francia, Direttore dell’Ufficio della Chiesa Ortodossa presso l’Unione Europea; S.E. Athenagoras, Vescovo di Sinope, Assistente del Metropolita del Belgio; Rev.do Diacono Ioakim Billis, della Sede patriarcale del Fanar.
Dal quadriportico di San Paolo fuori le Mura, il Santo Padre entra processionalmente in Basilica con i monaci varcando la "Porta Paolina". Giunto in presbiterio, il Papa scende alla Confessione per venerare il sepolcro dell’Apostolo.
Inizia quindi la Celebrazione dei Vespri, nel corso della quale il Santo Padre tiene la seguente omelia:

TESTO IN LINGUA ITALIANA

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Membri della Delegazione del Patriarcato ecumenico,
Cari fratelli e sorelle,

rivolgo a ciascuno il mio saluto cordiale. In particolare, saluto il Cardinale Arciprete di questa Basilica e i suoi collaboratori, saluto l’Abate e la comunità monastica benedettina; saluto pure la Delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. L’anno commemorativo della nascita di san Paolo si conclude stasera. Siamo raccolti presso la tomba dell’Apostolo, il cui sarcofago, conservato sotto l’altare papale, è stato fatto recentemente oggetto di un’attenta analisi scientifica: nel sarcofago, che non è stato mai aperto in tanti secoli, è stata praticata una piccolissima perforazione per introdurre una speciale sonda, mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato con oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani d’incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree. Inoltre, piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a persona vissuta tra il I e il II secolo. Ciò sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione. Molte persone hanno, durante questi mesi, seguito le vie dell’Apostolo – quelle esteriori e più ancora quelle interiori, che egli ha percorso durante la sua vita: la via di Damasco verso l’incontro con il Risorto; le vie nel mondo mediterraneo, che egli ha attraversato con la fiaccola del Vangelo, incontrando contraddizione e adesione, fino al martirio, per il quale appartiene per sempre alla Chiesa di Roma. Ad essa ha indirizzato anche la sua Lettera più grande ed importante. L’Anno Paolino si conclude, ma essere in cammino insieme con Paolo, con lui e grazie a lui venir a conoscenza di Gesù e, come lui, essere illuminati e trasformati dal Vangelo – questo farà sempre parte dell’esistenza cristiana. E sempre, andando oltre l’ambiente dei credenti, egli rimane il "maestro delle genti", che vuol portare il messaggio del Risorto a tutti gli uomini, perché Cristo li ha conosciuti ed amati tutti; è morto e risorto per tutti loro. Vogliamo quindi ascoltarlo anche in questa ora in cui iniziamo solennemente la festa dei due Apostoli uniti fra loro da uno stretto legame.

Fa parte della struttura delle Lettere di Paolo che esse – sempre in riferimento al luogo ed alla situazione particolare – spieghino innanzitutto il mistero di Cristo, insegnino la fede. In una seconda parte, segue l’applicazione alla nostra vita: che cosa consegue a questa fede? Come essa plasma la nostra esistenza giorno per giorno? Nella Lettera ai Romani, questa seconda parte comincia con il dodicesimo capitolo, nei primi due versetti del quale l’Apostolo riassume subito il nucleo essenziale dell’esistenza cristiana. Che cosa dice a noi san Paolo in quel passaggio? Innanzitutto afferma, come cosa fondamentale, che con Cristo è iniziato un nuovo modo di venerare Dio – un nuovo culto. Esso consiste nel fatto che l’uomo vivente diventa egli stesso adorazione, "sacrificio" fin nel proprio corpo. Non sono più le cose ad essere offerte a Dio. È la nostra stessa esistenza che deve diventare lode di Dio. Ma come avviene questo? Nel secondo versetto ci vien data la risposta: "Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio…" (12, 2). Le due parole decisive di questo versetto sono: "trasformare" e "rinnovare". Dobbiamo diventare uomini nuovi, trasformati in un nuovo modo di esistenza. Il mondo è sempre alla ricerca di novità, perché con ragione è sempre scontento della realtà concreta. Paolo ci dice: il mondo non può essere rinnovato senza uomini nuovi. Solo se ci saranno uomini nuovi, ci sarà anche un mondo nuovo, un mondo rinnovato e migliore. All’inizio sta il rinnovamento dell’uomo. Questo vale poi per ogni singolo. Solo se noi stessi diventiamo nuovi, il mondo diventa nuovo. Ciò significa anche che non basta adattarsi alla situazione attuale. L’Apostolo ci esorta ad un non-conformismo. Nella nostra Lettera si dice: non sottomettersi allo schema dell’epoca attuale. Dovremo tornare su questo punto riflettendo sul secondo testo che stasera voglio meditare con voi. Il "no" dell’Apostolo è chiaro ed anche convincente per chiunque osservi lo "schema" del nostro mondo. Ma diventare nuovi – come lo si può fare? Ne siamo davvero capaci? Con la parola circa il diventare nuovi, Paolo allude alla propria conversione: al suo incontro col Cristo risorto, incontro di cui nella Seconda Lettera ai Corinzi dice: "Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove" (5, 17). Era tanto sconvolgente per lui questo incontro con Cristo che dice al riguardo: "Sono morto" (Gal 2, 19; cfr Rm 6). Egli è diventato nuovo, un altro, perché non vive più per se stesso e in virtù di se stesso, ma per Cristo ed in Lui. Nel corso degli anni, però, ha anche visto che questo processo di rinnovamento e di trasformazione continua per tutta la vita. Diventiamo nuovi, se ci lasciamo afferrare e plasmare dall’Uomo nuovo Gesù Cristo. Egli è l’Uomo nuovo per eccellenza. In Lui la nuova esistenza umana è diventata realtà, e noi possiamo veramente diventare nuovi se ci consegniamo alle sue mani e da Lui ci lasciamo plasmare.

Paolo rende ancora più chiaro questo processo di "rifusione" dicendo che diventiamo nuovi se trasformiamo il nostro modo di pensare. Ciò che qui è stato tradotto con "modo di pensare", è il termine greco "nous". È una parola complessa. Può essere tradotta con "spirito", "sentimenti", "ragione" e, appunto, anche con "modo di pensare". Quindi la nostra ragione deve diventare nuova. Questo ci sorprende. Avremmo forse aspettato che riguardasse piuttosto qualche atteggiamento: ciò che nel nostro agire dobbiamo cambiare. Ma no: il rinnovamento deve andare fino in fondo. Il nostro modo di vedere il mondo, di comprendere la realtà – tutto il nostro pensare deve mutarsi a partire dal suo fondamento. Il pensiero dell’uomo vecchio, il modo di pensare comune è rivolto in genere verso il possesso, il benessere, l’influenza, il successo, la fama e così via. Ma in questo modo ha una portata troppo limitata. Così, in ultima analisi, resta il proprio "io" il centro del mondo. Dobbiamo imparare a pensare in maniera più profonda. Che cosa ciò significhi, lo dice san Paolo nella seconda parte della frase: bisogna imparare a comprendere la volontà di Dio, così che questa plasmi la nostra volontà. Affinché noi stessi vogliamo ciò che vuole Dio, perché riconosciamo che ciò che Dio vuole è il bello e il buono. Si tratta dunque di una svolta nel nostro spirituale orientamento di fondo. Dio deve entrare nell’orizzonte del nostro pensiero: ciò che Egli vuole e il modo secondo cui Egli ha ideato il mondo e me. Dobbiamo imparare a prendere parte al pensare e al volere di Gesù Cristo. È allora che saremo uomini nuovi nei quali emerge un mondo nuovo.

Lo stesso pensiero di un necessario rinnovamento del nostro essere persona umana, Paolo lo ha illustrato ulteriormente in due brani della Lettera agli Efesini, sui quali pertanto vogliamo ancora riflettere brevemente. Nel quarto capitolo della Lettera l’Apostolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, una fede matura. Non possiamo più rimanere "fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…" (4, 14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede "matura", una "fede adulta". La parola "fede adulta" negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Ma lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede "fai da te", quindi. E lo si presenta come "coraggio" di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo "schema" del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una "fede adulta". È la fede che egli vuole. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo. Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo. La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo. Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande "sì". Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: "agire secondo verità nella carità" (cfr Ef 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo. Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri.

Ancora un altro pensiero importante appare nel versetto di san Paolo. L’Apostolo ci dice che, agendo secondo verità nella carità, noi contribuiamo a far sì che il tutto (ta panta) – l’universo – cresca tendendo a Cristo. Paolo, in base alla sua fede, non s’interessa soltanto della nostra personale rettitudine e non soltanto della crescita della Chiesa. Egli s’interessa dell’universo: ta pánta. Lo scopo ultimo dell’opera di Cristo è l’universo – la trasformazione dell’universo, di tutto il mondo umano, dell’intera creazione. Chi insieme con Cristo serve la verità nella carità, contribuisce al vero progresso del mondo. Sì, è qui del tutto chiaro che Paolo conosce l’idea di progresso. Cristo, il suo vivere, soffrire e risorgere è stato il vero grande salto del progresso per l’umanità, per il mondo. Ora, però, l’universo deve crescere in vista di Lui. Dove aumenta la presenza di Cristo, là c’è il vero progresso del mondo. Là l’uomo diventa nuovo e così diventa nuovo il mondo.

La stessa cosa Paolo ci rende evidente ancora a partire da un’altra angolatura. Nel terzo capitolo della Lettera agli Efesini egli ci parla della necessità di essere "rafforzati nell’uomo interiore" (3, 16). Con ciò riprende un argomento che prima, in una situazione di tribolazione, aveva trattato nella Seconda Lettera ai Corinzi: "Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno" (4, 16). L’uomo interiore deve rafforzarsi – è un imperativo molto appropriato per il nostro tempo in cui gli uomini così spesso restano interiormente vuoti e pertanto devono aggrapparsi a promesse e narcotici, che poi hanno come conseguenza un ulteriore crescita del senso di vuoto nel loro intimo. Il vuoto interiore – la debolezza dell’uomo interiore – è uno dei grandi problemi del nostro tempo. Deve essere rafforzata l’interiorità – la percettività del cuore; la capacità di vedere e comprendere il mondo e l’uomo dal di dentro, con il cuore. Noi abbiamo bisogno di una ragione illuminata dal cuore, per imparare ad agire secondo la verità nella carità. Questo, tuttavia, non si realizza senza un intimo rapporto con Dio, senza la vita di preghiera. Abbiamo bisogno dell’incontro con Dio, che ci vien dato nei Sacramenti. E non possiamo parlare a Dio nella preghiera, se non lasciamo che parli prima Egli stesso, se non lo ascoltiamo nella parola, che ci ha donato. Paolo, al riguardo, ci dice: "Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza" (Ef 3, 17ss). L’amore vede più lontano della semplice ragione, è ciò che Paolo ci dice con queste parole. E ci dice ancora che solo nella comunione con tutti i santi, cioè nella grande comunità di tutti i credenti – e non contro o senza di essa – possiamo conoscere la vastità del mistero di Cristo. Questa vastità, egli la circoscrive con parole che vogliono esprimere le dimensioni del cosmo: ampiezza, lunghezza, altezza e profondità. Il mistero di Cristo ha una vastità cosmica: Egli non appartiene soltanto ad un determinato gruppo. Il Cristo crocifisso abbraccia l’intero universo in tutte le sue dimensioni. Egli prende il mondo nelle sue mani e lo porta in alto verso Dio. A cominciare da sant’ Ireneo di Lione – dunque fin dal II secolo – i Padri hanno visto in questa parola dell’ampiezza, lunghezza, altezza e profondità dell’amore di Cristo un’allusione alla Croce. L’amore di Cristo ha abbracciato nella Croce la profondità più bassa – la notte della morte, e l’altezza suprema – l’elevatezza di Dio stesso. E ha preso tra le sue braccia l’ampiezza e la vastità dell’umanità e del mondo in tutte le loro distanze. Sempre Egli abbraccia l’universo – tutti noi.

Preghiamo il Signore, affinché ci aiuti a riconoscere qualcosa della vastità del suo amore. PreghiamoLo, affinché il suo amore e la sua verità tocchino il nostro cuore. Chiediamo che Cristo abiti nei nostri cuori e ci renda uomini nuovi, che agiscono secondo verità nella carità. Amen !

[01027-01.01] [Testo originale: Italiano]

TESTO IN LINGUA TEDESCA

Meine Herrn Kardinäle,
verehrte Mitbrüder im bischöflichen und im priesterlichen Dienst,
sehr geehrte Delegationsmitglieder des Ökumenischen Patriarchats,
liebe Brüder und Schwestern,

an jeden von Euch richte ich meinen herzlichen Gruß. Im besonderen begrüße ich den Kardinal Erzpriester dieser Basilika und seine Mitarbeiter wie auch den Abt und die benediktinische Mönchsgemeinschaft; ebenfalls begrüße ich die Delegation des Ökumenischen Patriarchats von Konstantinopel. Das Gedenkjahr der Geburt des heiligen Paulus geht heute Abend zu Ende. Wir sind beim Grab des Apostels versammelt, dessen Sarkophag, der unter dem Papstaltar aufbewahrt wird, kürzlich einer sorgsamen wissenschaftlichen Untersuchung unterzogen wurde: In den Sarkophag, der so viele Jahrhunderte hindurch niemals geöffnet worden ist, hat man ein winziges Loch gebohrt, um eine Spezialsonde einzuführen. Mit ihrer Hilfe wurden Spuren eines kostbaren, purpurfarbenen und mit feinstem Gold laminierten Leintuches sowie eines blauen Stoffes mit Leinenfasern festgestellt. Auch wurden Körner von rotem Weihrauch sowie proteinhaltige und kalkhaltige Substanzen nachgewiesen. Darüber hinaus wurde an winzigen Knochensplittern der Karbon-14-Test vorgenommen, und zwar von Experten, die über deren Herkunft nicht informiert waren. Sie kamen zu dem Ergebnis, daß es sich um Knochen eines Menschen handelt, der zwischen dem 1. und dem 2. Jahrhundert gelebt hat. Das scheint die einmütige und unbestrittene Überlieferung zu bestätigen, der zufolge es sich um die sterblichen Überreste des Apostels Paulus handelt. All das erfüllt uns mit tiefer Ergriffenheit. Viele Menschen sind in diesem Jahr die Wege des Apostels nachgegangen – die äußeren und noch mehr die inneren Wege, die er in seinem Leben durchschritten hat: den Weg nach Damaskus auf die Begegnung mit dem Auferstandenen zu; die Wege durch die Welt des Mittelmeerraumes, die er mit der Fackel des Evangeliums durchschritten hat in Widerspruch und Zuspruch bis hin zum Martyrium, durch das er für immer der Kirche von Rom gehört. An sie hat er auch seinen größten und wichtigsten Brief gerichtet. Das Paulusjahr geht zu Ende, aber mit Paulus unterwegs sein, mit ihm und durch ihn Jesus kennenlernen und wie er vom Evangelium erleuchtet und verwandelt werden – das gehört für immer zur christlichen Existenz. Und immer bleibt er über den Raum der Glaubenden hinaus der „Lehrer der Völker", der die Botschaft des Auferstandenen zu allen Menschen bringen will, weil Christus sie alle gekannt und geliebt hat; für sie alle gestorben und auferstanden ist. So wollen wir ihm auch in dieser Stunde zuhören, in der wir das Fest der beiden zueinander gehörenden Apostel Petrus und Paulus feierlich beginnen.

Zur Struktur der Paulus-Briefe gehört es, daß sie zunächst – je auf den Ort und seine Situation bezogen – das Geheimnis Christi auslegen, den Glauben lehren. In einem zweiten Teil folgt die Anwendung auf unser Leben: Was folgt aus diesem Glauben? Wie gestaltet er unsere Existenz Tag um Tag? Im Brief an die Römer beginnt dieser zweite Teil mit dem 12. Kapitel, in dessen ersten zwei Versen er sofort das Wesentliche christlicher Existenz zusammenfaßt. Was sagt Paulus uns da? Zunächst ganz grundlegend, daß mit Christus eine neue Weise der Gottesverehrung begonnen hat – ein neuer Kult. Er besteht darin, daß der lebendige Mensch selbst Anbetung, „Opfer" bis in seinen Leib hinein wird. Nicht mehr Dinge werden Gott dargebracht. Unsere Existenz soll Lob Gottes werden. Aber wie geschieht das? Im zweiten Vers wird uns darauf Antwort gegeben: „Gleicht euch nicht dieser Welt an, sondern wandelt euch und erneuert euer Denken, damit ihr prüfen und erkennen könnt, was der Wille Gottes ist…" (12, 2). Die entscheidenden beiden Wörter dieses Verses sind: verwandeln und erneuern. Neue Menschen müssen wir werden, umgestaltet in eine neue Weise der Existenz hinein. Die Welt sucht immer nach dem Neuen, weil sie immer mit Recht unzufrieden ist mit dem Bestehenden. Paulus sagt uns: Die Welt kann nicht erneuert werden ohne neue Menschen. Nur wenn es neue Menschen gibt, wird es auch eine neue, eine erneuerte und bessere Welt geben. Am Anfang steht die Erneuerung des Menschen. Dies gilt dann für jeden einzelnen. Nur wenn wir selbst neu werden, wird die Welt neu. Das heißt dann auch, mit Anpassung an das Bestehende ist es nicht getan. Der Apostel fordert uns zum Nonkonformismus auf. Sich nicht dem Schema des gegenwärtigen Zeitalters unterwerfen, heißt es in unserem Brief. Darauf werden wir zurückkommen müssen bei dem zweiten Text, den ich mit Euch heute abend betrachten möchte. Das Nein des Apostels ist klar und auch einleuchtend für jeden, der das „Schema" unserer Welt betrachtet. Aber neu werden – wie geht das? Können wir das überhaupt? Paulus spielt mit dem Wort von der Neuwerdung auf seine eigene Bekehrung an: auf seine Begegnung mit dem auferstandenen Christus, von der er im 2. Korinther-Brief sagt: „Wenn also jemand in Christus ist, dann ist er eine neue Schöpfung: Das Alte ist vergangen, Neues ist geworden. " (5, 17). So umstürzend war für ihn die Begegnung mit Christus, daß er davon sagt: „Ich bin gestorben" (Gal 2, 19; vgl. Röm 6). Er ist neu geworden, ein anderer, weil er nicht mehr für sich selbst und aus sich selbst, sondern durch und in Christus lebt. Freilich hat er im Lauf der Jahre auch gesehen, daß dieser Prozeß der Erneuerung und der Verwandlung ein Leben hindurch währt. Neu werden wir dann, wenn wir uns von dem neuen Menschen Jesus Christus ergreifen und formen lassen. Er ist der neue Mensch. In ihm ist das neue Menschsein Wirklichkeit geworden, und wir können wirklich neu werden, wenn wir uns ihm in die Hände geben, uns von ihm formen lassen.

Paulus verdeutlicht diesen Prozeß der Umschmelzung noch, indem er sagt: Neu werden wir, indem wir unsere Denkweise umformen. Was hier mit „Denken" übersetzt ist, heißt im Griechischen Nous. Es ist ein vielschichtiges Wort. Es kann mit Geist, Gesinnung, Vernunft oder eben auch mit Denken übersetzt werden. Unsere Vernunft also muß neu werden. Das überrascht uns. Wir hätten vielleicht eher irgendwelche Handlungsanweisungen erwartet: was wir anders machen müssen. Aber nein – die Erneuerung muß bis auf den Grund gehen. Unsere Weise, die Welt zu sehen, die Wirklichkeit zu verstehen. Unser ganzes Denken muß von seinem Grund her anders werden. Das Denken des alten Menschen, unser Durchschnittsdenken, richtet sich im allgemeinen auf Besitz, Wohlstand, Einfluß, Erfolg, Ansehen und so fort. Aber so ist unser Denken schon zu kurz. So bleibt letztlich das eigene Ich Mittelpunkt der Welt. Wir müssen gründlicher denken lernen. Was das bedeutet, sagt Paulus im zweiten Teil des Satzes: den Willen Gottes verstehen lernen, so daß er unseren eigenen Willen prägt. Daß wir selber wollen, was Gott will, weil wir einsehen, daß das von Gott Gewollte das Schöne und Gute ist. Es kommt also auf eine Wende unserer geistigen Grundorientierung an. Gott muß in den Horizont unseres Denkens hereintreten: was er will und wie er die Welt und mich gedacht hat. Wir müssen mit Jesus Christus mit-denken und mit-wollen lernen. Dann sind wir neue Menschen, in denen eine neue Welt heraufzieht.

Den gleichen Gedanken der notwendigen Erneuerung unseres Menschseins hat Paulus in zwei Stellen des Epheser-Briefes weiter beleuchtet, über die wir daher noch kurz nachdenken wollen. Im 4. Kapitel sagt uns der Apostel, daß wir zum Erwachsenenalter mit Christus kommen sollen, zu einem reifen Glauben. Daß wir nicht mehr „unmündige Kinder" sein dürfen, ein Spiel der Wellen bleiben, „hin und her getrieben, je wie der Wind der Meinungen weht" (vgl. 4, 13f). Paulus wünscht sich von den Christen einen mündigen Glauben, einen erwachsenen Glauben. Der „mündige Glaube" ist in den letzten Jahrzehnten zu einem verbreiteten Schlagwort geworden. Aber man versteht häufig darunter eine Haltung, die sich nicht mehr von der Kirche und ihren Hirten belehren läßt, sondern selbst aussucht, was man glauben und nicht glauben will – einen selbstgemachten Glauben also. Und man versteht darunter den „Mut", gegen das kirchliche Lehramt zu sprechen. Aber Mut gehört dazu in Wirklichkeit nicht, weil man dabei immer des öffentlichen Beifalls sicher sein kann. Mut gehört viel eher dazu, zum Glauben der Kirche zu stehen, auch wenn er dem „Schema" dieser Weltzeit widerspricht. Diesen Nonkonformismus des Glaubens nennt Paulus einen erwachsenen Glauben. Es ist dies der Glaube, den er sich wünscht. Das Mitlaufen mit den Winden und Strömungen der Zeit nennt er hingegen kindisch. So gehört es zum Beispiel zu einem mündigen Glauben, für die Unantastbarkeit des menschlichen Lebens vom ersten Augenblick an einzustehen und damit dem Prinzip der Gewalt von Grund auf, gerade auch in der Verteidigung der wehrlosesten menschlichen Geschöpfe entgegenzutreten. So gehört es zum erwachsenen Glauben, die lebenslängliche Ehe zwischen einem Mann und einer Frau als die Ordnung des Schöpfers anzuerkennen, die Christus von neuem wiederhergestellt hat. Der mündige Glaube läßt sich nicht von Strömungen herumwerfen. Er widersteht den jeweils gerade wehenden Winden. Er weiß, daß diese Winde nicht der Heilige Geist sind; daß der Geist Gottes sich in der Gemeinschaft mit Jesus Christus ausspricht und zeigt. Aber auch hier bleibt Paulus nicht bei der Verneinung stehen, sondern führt uns zum großen Ja. Den reifen, wirklich mündigen Glauben beschreibt er positiv mit dem Wort: sich „von der Liebe geleitet, an die Wahrheit halten" (vgl. Eph 4, 15). Das neue Denken, das uns der Glaube schenkt, richtet sich zuallererst auf die Wahrheit. Die Macht des Bösen ist die Lüge. Die Macht des Glaubens, die Macht Gottes ist die Wahrheit. Die Wahrheit über die Welt und über uns selbst wird sichtbar, wenn wir auf Gott hinschauen. Und Gott wird uns sichtbar im Antlitz Jesu Christi. Im Hinschauen auf Christus erkennen wir ein weiteres: Wahrheit und Liebe sind untrennbar. In Gott ist beides unteilbar eins: Gerade dies ist das Wesen Gottes. Deshalb gehören für den Christen Wahrheit und Liebe zueinander. Die Liebe ist der Beweis für die Wahrheit. Daran werden wir immer wieder gemessen werden müssen, daß Wahrheit Liebe wird und Liebe uns wahr macht.

Noch ein wichtiger Gedanke erscheint im Vers des heiligen Paulus. Paulus sagt uns: Indem wir Wahrheit in der Liebe tun, helfen wir dazu, daß das All (ta pánta)das Universum – auf Christus hin wächst. Paulus geht es von seinem Glauben her nicht nur um unser eigenes Rechtsein und nicht bloß um das Wachsen der Kirche. Es geht ihm um das All: ta pánta. Das letzte Ziel von Christi Werk ist das All – die Verwandlung des Alls, der ganzen menschlichen Welt, der ganzen Schöpfung. Wer mit Christus der Wahrheit in Liebe dient, der trägt zum wahren Fortschritt der Welt bei. Ja, Paulus kennt hier ganz offensichtlich den Gedanken des Fortschritts. Christus, sein Leben, Leiden und Auferstehen war der wahre, große Sprung des Fortschritts für die Menschheit, für die Welt. Aber nun muß das All auf ihn hin wachsen. Wo die Gegenwart Christi zunimmt, da ist der wahre Fortschritt der Welt. Da wird der Mensch neu und so die Welt neu.

Das Gleiche macht uns Paulus noch von einer anderen Seite her deutlich. Im 3. Kapitel des Epheser-Briefs sagt er uns, daß der Mensch in seinem Innern gestärkt werden muß (vgl. 3, 16). Er nimmt dabei ein Wort wieder auf, das er zuvor im 2. Brief an die Korinther in bedrängter Situation niedergeschrieben hatte: „Wenn auch unser äußerer Mensch aufgerieben wird, der innere wird Tag für Tag erneuert. " (4, 16). Der innere Mensch muß stark werden – ein Imperativ gerade an unsere Zeit, in der die Menschen inwendig so oft leer bleiben und deshalb nach Verheißungen und Betäubungen greifen müssen, durch die sie innerlich nur noch leerer werden. Die innere Leere – die Schwäche des inneren Menschen – gehört zu den großen Problemen unserer Zeit. Die Innerlichkeit muß stärker werden – die Wahrnehmungsfähigkeit des Herzens; die Fähigkeit, Welt und Menschen von innen her, mit dem Herzen zu sehen und zu verstehen. Wir brauchen einen vom Herzen erleuchteten Verstand, um das Tun der Wahrheit in Liebe zu erlernen. Das gibt es nicht ohne inneren Umgang mit Gott, ohne das Leben des Gebets. Wir brauchen die Begegnung mit Gott, die uns in den Sakramenten geschenkt wird. Und wir können nicht zu Gott reden im Gebet, wenn wir nicht zuerst ihn selbst reden lassen und ihm zuhören in seinem Wort, das er uns geschenkt hat. Paulus sagt uns dazu: „Durch den Glauben wohne Christus in eurem Herzen. In der Liebe verwurzelt und auf sie gegründet, sollt ihr zusammen mit allen Heiligen dazu fähig sein, die Länge und Breite, die Höhe und Tiefe zu ermessen und die Liebe Christi zu verstehen, die alle Erkenntnis übersteigt." (Ef 3, 17ff). Die Liebe sieht weiter als der bloße Verstand, sagt uns da Paulus. Des weiteren sagt er uns, daß wir nur in der Gemeinschaft mit allen Heiligen, das heißt in der großen Gemeinschaft aller Glaubenden und nicht gegen sie oder ohne sie die Weite von Christi Geheimnis erkennen können. Diese Weite umschreibt er mit Worten, die die Dimensionen des Kosmos ausdrücken wollen: Breite, Länge, Höhe und Tiefe. Das Geheimnis Christi hat kosmische Weite: Er gehört nicht bloß einer bestimmten Gruppe. Der gekreuzigte Christus umfaßt das ganze Weltall in all seinen Dimensionen. Er nimmt die Welt in die Hände und trägt sie zu Gott hinauf. Seit dem heiligen Irenäus von Lyon – also seit dem 2. Jahrhundert – haben die Väter in diesem Wort von Breite und Länge, Höhe und Tiefe der Liebe Christi eine Anspielung auf das Kreuz gesehen. Die Liebe Christi hat im Kreuz die unterste Tiefe, die Nacht des Todes und die äußerste Höhe, die Höhe Gottes selbst umfangen. Und er hat die Breite und Weite der Menschheit und der Welt in all ihren Entfernungen mit seinen Armen umgriffen. Immer umfängt er das All – uns alle.

Bitten wir den Herrn, daß er uns etwas von der Weite seiner Liebe zu erkennen hilft. Bitten wir, daß seine Liebe und seine Wahrheit unser Herz anrührt. Bitten wir darum, daß Christus in unseren Herzen wohne und uns zu neuen Menschen mache, die die Wahrheit in Liebe tun. Amen.

[01027-05.01] [Originalsprache: Deutsch]

[B0437-XX.03]