Sala Stampa

www.vatican.va

Sala Stampa Back Top Print Pdf
Sala Stampa


VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA DI PASQUA, 15.04.2006


Alle ore 22 il Santo Padre Benedetto XVI presiede, nella Patriarcale Basilica Vaticana, la solenne Veglia nella Notte Santa di Pasqua.

La Veglia ha inizio nell’atrio della Basilica di San Pietro con la benedizione del fuoco e l’accensione del cero pasquale. Alla processione verso l’Altare con il cero pasquale e il canto dell’Exsultet, fanno seguito la Liturgia della Parola, la Liturgia Battesimale e la Liturgia Eucaristica, concelebrata con i Cardinali.

Nel corso della Liturgia Battesimale il Papa amministra i Sacramenti dell’iniziazione cristiana a sette catecumeni provenienti da diversi Paesi.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che Benedetto XVI pronuncia dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

OMELIA DEL SANTO PADRE

"Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui" (Mc 16, 6). Così il messaggero di Dio, vestito di luce, parla alle donne che cercano il corpo di Gesù nella tomba. Ma la stessa cosa dice l'evangelista in questa notte santa anche a noi: Gesù non è un personaggio del passato. Egli vive, e come vivente cammina innanzi a noi; ci chiama a seguire Lui, il vivente, e a trovare così anche noi la via della vita.

"È risorto… Non è qui". Quando Gesù per la prima volta aveva parlato ai discepoli della croce e della risurrezione, essi, scendendo dal monte della Trasfigurazione, si domandavano che cosa volesse dire "risuscitare dai morti" (Mc 9, 10). A Pasqua ci rallegriamo perché Cristo non è rimasto nel sepolcro, il suo corpo non ha visto la corruzione; appartiene al mondo dei viventi, non a quello dei morti; ci rallegriamo perché Egli è – come proclamiamo nel rito del Cero pasquale – l'Alfa e al contempo l'Omega, esiste quindi non soltanto ieri, ma oggi e per l'eternità (cfr Ebr 13, 8). Ma in qualche modo la risurrezione è collocata talmente al di fuori del nostro orizzonte, così al di fuori di tutte le nostre esperienze che, ritornando in noi stessi, ci troviamo a proseguire la disputa dei discepoli: In che cosa consiste propriamente il "risuscitare"? Che cosa significa per noi? Per il mondo e la storia nel loro insieme? Un teologo tedesco disse una volta con ironia che il miracolo di un cadavere rianimato – se questo era davvero avvenuto, cosa che lui però non credeva – sarebbe in fin dei conti irrilevante perché, appunto, non riguarderebbe noi. In effetti, se soltanto un qualcuno una volta fosse stato rianimato, e null'altro, in che modo questo dovrebbe riguardare noi? Ma la risurrezione di Cristo, appunto, è di più, è una cosa diversa. Essa è – se possiamo una volta usare il linguaggio della teoria dell'evoluzione – la più grande "mutazione", il salto assolutamente più decisivo verso una dimensione totalmente nuova, che nella lunga storia della vita e dei suoi sviluppi mai si sia avuta: un salto in un ordine completamente nuovo, che riguarda noi e concerne tutta la storia.

La disputa, avviata con i discepoli, comprenderebbe quindi le seguenti domande: Che cosa lì è successo? Che cosa significa questo per noi, per il mondo nel suo insieme e per me personalmente? Innanzitutto: che cosa è successo? Gesù non è più nel sepolcro. È in una vita tutta nuova. Ma come è potuto avvenire questo? Quali forze vi hanno operato? È decisivo che quest’uomo Gesù non fosse solo, non fosse un Io chiuso in se stesso. Egli era una cosa sola con il Dio vivente, unito a Lui talmente da formare con Lui un'unica persona. Egli si trovava, per così dire, in un abbraccio con Colui che è la vita stessa, un abbraccio non solo emotivo, ma che comprendeva e penetrava il suo essere. La sua propria vita non era sua propria soltanto, era una comunione esistenziale con Dio e un essere inserito in Dio, e per questo non poteva essergli tolta realmente. Per amore, Egli poté lasciarsi uccidere, ma proprio così ruppe la definitività della morte, perché in Lui era presente la definitività della vita. Egli era una cosa sola con la vita indistruttibile, in modo che questa attraverso la morte sbocciò nuovamente. Esprimiamo la stessa cosa ancora una volta partendo da un altro lato. La sua morte fu un atto di amore. Nell'Ultima Cena Egli anticipò la morte e la trasformò nel dono di sé. La sua comunione esistenziale con Dio era concretamente una comunione esistenziale con l'amore di Dio, e questo amore è la vera potenza contro la morte, è più forte della morte. La risurrezione fu come un'esplosione di luce, un'esplosione dell'amore che sciolse l'intreccio fino ad allora indissolubile del "muori e divieni". Essa inaugurò una nuova dimensione dell'essere, della vita, nella quale, in modo trasformato, è stata integrata anche la materia e attraverso la quale emerge un mondo nuovo.

È chiaro che questo avvenimento non è un qualche miracolo del passato il cui accadimento potrebbe essere per noi in fondo indifferente. È un salto di qualità nella storia dell'"evoluzione" e della vita in genere verso una nuova vita futura, verso un mondo nuovo che, partendo da Cristo, già penetra continuamente in questo nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. Ma come avviene questo? Come può questo avvenimento arrivare effettivamente a me e attrarre la mia vita verso di sé e verso l'alto? La risposta, in un primo momento forse sorprendente ma del tutto reale, è: tale avvenimento viene a me mediante la fede e il Battesimo. Per questo il Battesimo fa parte della Veglia pasquale, come sottolinea anche in questa celebrazione il conferimento dei Sacramenti dell’Iniziazione cristiana ad alcuni adulti provenienti da diversi Paesi. Il Battesimo significa proprio questo, che non è in questione un evento passato, ma che un salto di qualità della storia universale viene a me afferrandomi per attrarmi. Il Battesimo è una cosa ben diversa da un atto di socializzazione ecclesiale, da un rito un po' fuori moda e complicato per accogliere le persone nella Chiesa. È anche più di una semplice lavanda, di una specie di purificazione e abbellimento dell'anima. È realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una nuova vita.

Come possiamo comprenderlo? Penso che ciò che avviene nel Battesimo si chiarisca per noi più facilmente, se guardiamo alla parte finale della piccola autobiografia spirituale, che san Paolo ci ha donato nella sua Lettera ai Galati. Essa si conclude con le parole che contengono anche il nucleo di questa biografia: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20). Vivo, ma non sono più io. L'io stesso, la essenziale identità dell'uomo – di quest'uomo, Paolo – è stata cambiata. Egli esiste ancora e non esiste più. Ha attraversato un "non" e si trova continuamente in questo "non": Io, ma "non" più io. Paolo con queste parole non descrive una qualche esperienza mistica, che forse poteva essergli stata donata e che, semmai, potrebbe interessare noi dal punto di vista storico. No, questa frase è l'espressione di ciò che è avvenuto nel Battesimo. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande. Allora il mio io c'è di nuovo, ma appunto trasformato, dissodato, aperto mediante l'inserimento nell'altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Paolo ci spiega la stessa cosa ancora una volta sotto un altro aspetto quando, nel terzo capitolo della Lettera ai Galati, parla della "promessa" dicendo che essa è stata data al singolare – a uno solo: a Cristo. Egli solo porta in sé tutta la "promessa". Ma che cosa succede allora con noi? Voi siete diventati uno in Cristo, risponde Paolo (Gal 3, 28). Non una cosa sola, ma uno, un unico, un unico soggetto nuovo. Questa liberazione del nostro io dal suo isolamento, questo trovarsi in un nuovo soggetto è un trovarsi nella vastità di Dio e un essere trascinati in una vita che è uscita già ora dal contesto del "muori e divieni". La grande esplosione della risurrezione ci ha afferrati nel Battesimo per attrarci. Così siamo associati ad una nuova dimensione della vita nella quale, in mezzo alle tribolazioni del nostro tempo, siamo già in qualche modo introdotti. Vivere la propria vita come un continuo entrare in questo spazio aperto: è questo il significato dell'essere battezzato, dell'essere cristiano. È questa la gioia della Veglia pasquale. La risurrezione non è passata, la risurrezione ci ha raggiunti ed afferrati. Ad essa, cioè al Signore risorto, ci aggrappiamo e sappiamo che Lui ci tiene saldamente anche quando le nostre mani si indeboliscono. Ci aggrappiamo alla sua mano, e così teniamo le mani anche gli uni degli altri, diventiamo un unico soggetto, non soltanto una cosa sola. Io, ma non più io: è questa la formula dell'esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo. Io, ma non più io: se viviamo in questo modo, trasformiamo il mondo. È la formula di contrasto con tutte le ideologie della violenza e il programma che s'oppone alla corruzione ed all'aspirazione al potere e al possesso.

"Io vivo e voi vivrete", dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (14, 19) ai suoi discepoli, cioè a noi. Noi vivremo mediante la comunione esistenziale con Lui, mediante l'essere inseriti in Lui che è la vita stessa. La vita eterna, l'immortalità beata non l'abbiamo da noi stessi e non l'abbiamo in noi stessi, ma invece mediante una relazione – mediante la comunione esistenziale con Colui che è la Verità e l'Amore e quindi è eterno, è Dio stesso. La semplice indistruttibilità dell'anima da sola non potrebbe dare un senso a una vita eterna, non potrebbe renderla una vita vera. La vita ci viene dall'essere amati da Colui che è la Vita; ci viene dal vivere-con e dall'amare-con Lui. Io, ma non più io: è questa la via della croce, la via che "incrocia" un'esistenza rinchiusa solamente nell'io, aprendo proprio così la strada alla gioia vera e duratura.

Così possiamo, pieni di gioia, insieme con la Chiesa cantare nell'Exsultet: "Esulti il coro degli angeli… Gioisca la terra". La risurrezione è un avvenimento cosmico, che comprende cielo e terra e li associa l'uno all'altra. E ancora con l'Exsultet possiamo proclamare: "Cristo, tuo figlio… risuscitato dai morti, fa risplendere negli uomini la sua luce serena e regna nei secoli dei secoli". Amen!

[00552-01.01] [Testo originale: Italiano]

TRADUZIONE IN LINGUA FRANCESE

«Vous cherchez Jésus de Nazareth, le Crucifié ? Il est ressuscité: il n’est pas ici» (Mc 16, 6). Ainsi parle le messager de Dieu, vêtu de lumière, aux femmes qui cherchent le corps de Jésus dans le tombeau. En cette nuit sainte, l’évangéliste nous dit, à nous aussi, la même chose: Jésus n’est pas un personnage du passé. Il vit et, vivant, il marche devant nous; il nous appelle à le suivre, Lui, le vivant, et à trouver ainsi, nous aussi, le chemin de la vie.

«Il est ressuscité... il n’est pas ici». Lorsque, en descendant de la montagne de la Transfiguration, Jésus, pour la première fois, avait parlé à ses disciples de la croix et de la résurrection, ceux-ci se demandaient ce que voulait dire «ressusciter d’entre les morts» (Mc 9, 10). À Pâques, nous nous réjouissons parce que le Christ n’est pas resté dans le tombeau, son corps n’a pas connu la corruption; il appartient au monde des vivants, non à celui des morts; nous nous réjouissons par ce qu’Il est – ainsi que nous le proclamons dans le rite du cierge pascal – l’Alpha et en même temps l’Oméga; il existe donc non seulement hier, mais aujourd’hui et pour l’éternité (cf. He 13, 8). Cependant, la résurrection est, en quelque sorte, située tellement au-delà de notre horizon, de même qu’au-delà de toutes nos expériences, que, lorsque nous faisons retour en nous-mêmes, nous en sommes à poursuivre la discussion des disciples: en quoi consiste précisément le «fait de ressusciter» ? Qu’est ce que cela signifie pour nous ? Pour le monde et pour l’histoire dans leur ensemble ? Un théologien allemand a dit une fois, de manière ironique, que le miracle d’un cadavre réanimé – si toutefois cela s’était réellement produit, ce à quoi d’ailleurs il ne croyait pas –, serait en fin de compte sans importance puisque, précisément, nous ne serions pas concernés. En effet, si une fois quelqu’un avait été réanimé, et rien d’autre, en quoi cela devrait-il nous concerner ? Mais, précisément, la résurrection du Christ est bien plus, il s’agit d’une réalité différente. Elle est – si nous pouvons pour une fois utiliser le langage de la théorie de l’évolution – la plus grande «mutation», le saut absolument le plus décisif dans une dimension totalement nouvelle qui soit jamais advenue dans la longue histoire de la vie et de ses développements: un saut d’un ordre complètement nouveau, qui nous concerne et qui concerne toute l’histoire.

La discussion que les disciples ont entamée comprendrait donc les questions suivantes: Que lui est-il arrivé ? Que cela signifie-t-il pour nous, pour l’ensemble du monde et pour moi personnellement ? Avant tout: Que s’est-il passé ? Jésus n’est plus dans le tombeau. Il est dans une vie totalement nouvelle. Mais comment cela a-t-il pu se produire ? Quelles forces ont agi là ? Il est décisif que cet homme Jésus n’ait pas été seul, n’ait pas été un moi renfermé sur lui-même. Il était un avec le Dieu vivant, tellement uni à Lui qu’il formait avec Lui une unique personne. Il se trouvait, pour ainsi dire, dans une union affectueuse avec Celui qui est la vie même, union affectueuse non seulement basée sur l’émotion, mais saisissant et pénétrant son être. Sa vie n’était pas seulement la sienne, elle était une communion existentielle avec Dieu et un être incorporé en Dieu, et c’est pourquoi cette vie ne pouvait pas lui être véritablement enlevée. Par amour, il pouvait se laisser tuer, mais c’est précisément ainsi qu’il a rompu le caractère définitif de la mort, parce qu’en lui était présent le caractère définitif de la vie. Il était un avec la vie indestructible, de telle manière que celle-là, à travers la mort, jaillisse d’une manière nouvelle. Nous pouvons exprimer encore une fois la même chose en partant d’un autre point de vue. Sa mort fut un acte d’amour. Au cours de la dernière Cène, Il a anticipé sa mort et Il l’a transformée en don de soi. Sa communion existentielle avec Dieu était concrètement une communion existentielle avec l’amour de Dieu, et cet amour est la vraie puissance contre la mort, il est plus fort que la mort. La résurrection fut comme une explosion de lumière, une explosion de l’amour, qui a délié le lien jusqu’alors indissoluble du «meurs et deviens». Elle a inauguré une nouvelle dimension de l’être, de la vie, dans laquelle la matière a aussi été intégrée, d’une manière transformée, et à travers laquelle surgit un monde nouveau.

Il est clair que cet événement n’est pas un quelconque miracle du passé, dont l’existence pourrait nous être, en définitive, indifférente. Il s’agit d’un saut qualitatif dans l’histoire de l’évolution et de la vie en général, vers une vie future nouvelle, vers un monde nouveau qui, en partant du Christ, pénètre déjà continuellement dans notre monde, le transforme et l’attire à lui. Mais comment cela se produit-il ? Comment cet événement peut-il effectivement m’arriver et attirer ma vie vers lui et vers le haut ? Dans un premier temps, la réponse pourrait sembler surprenante, mais elle est tout à fait réelle: un tel événement me rejoint à travers la foi et le Baptême. C’est pourquoi le Baptême fait partie de la Veillée pascale, comme le souligne aussi, au cours de cette célébration, le fait que soient conférés les Sacrements de l’Initiation chrétienne à quelques adultes provenant de différents pays. Le Baptême signifie précisément ceci, qu’il ne s’agit pas d’un événement du passé, mais qu’un saut qualitatif de l’histoire universelle vient à moi, me saisissant pour m’attirer. Le Baptême est quelque chose de bien différent qu’un acte de socialisation ecclésiale, qu’un rite un peu démodé et compliqué pour accueillir les personnes dans l’Église. Il est encore bien plus que le simple fait d’être lavé, qu’une sorte de purification et d’embellissement de l’âme. Il est vraiment mort et résurrection, renaissance, transformation en une vie nouvelle.

Comment pouvons-nous le comprendre ? Je pense que ce qui advient au Baptême s’éclaire plus facilement pour nous si nous regardons la partie finale de la petite autobiographie spirituelle que saint Paul nous a laissée dans sa Lettre aux Galates. Elle se conclut par les mots qui contiennent aussi le noyau de cette biographie: «Je vis, mais ce n’est plus moi, c’est le Christ qui vit en moi» (Ga 2, 20). Je vis, mais ce n’est plus moi. Le moi lui-même, l’identité essentielle de l’homme – de cet homme, Paul – a été changée. Il existe encore et il n’existe plus. Il a traversé une négation et il se trouve continuellement dans cette négation: c’est moi, mais ce n’est plus moi. Par ces mots, Paul ne décrit pas une quelconque expérience mystique, qui pouvait peut-être lui avoir été donnée et qui pourrait sans doute nous intéresser du point de vue historique. Non, cette phrase exprime ce qui s’est passé au Baptême. Mon propre moi m’est enlevé et il s’incorpore à un sujet nouveau, plus grand. Alors mon moi existe de nouveau, mais précisément transformé, renouvelé, ouvert par l’incorporation dans l’autre, dans lequel il acquiert son nouvel espace d’existence. De nouveau, Paul nous explique la même chose, sous un autre aspect, quand, dans le troisième chapitre de la Lettre aux Galates, il parle de la «promesse», disant qu’elle a été donnée au singulier – à un seul: au Christ. C’est lui seul qui porte en lui toute la «promesse». Mais alors qu’advient-il pour nous ? Paul répond: «Vous ne faites plus qu’un dans le Christ» (Ga 3, 28). Non pas une seule chose, mais un, un unique, un unique sujet nouveau. Cette libération de notre moi de son isolement, le fait de se trouver dans un nouveau sujet, revient à se trouver dans l’immensité de Dieu et à être entraînés dans une vie qui est dès maintenant sortie du contexte du «meurs et deviens». La grande explosion de la résurrection nous a saisis dans le Baptême pour nous attirer. Ainsi nous sommes associés à une nouvelle dimension de la vie dans laquelle nous sommes déjà en quelque sorte introduits, au milieu des tribulations de notre temps. Vivre sa vie comme une entrée continuelle dans cet espace ouvert : telle est la signification essentielle de l’être baptisé, de l’être chrétien. Telle est la joie de la Veillée pascale. La résurrection n’est pas passée, la résurrection nous a rejoints et saisis. Nous nous accrochons à elle, c’est-à-dire au Christ ressuscité, et nous savons que Lui nous tient solidement, même quand nos mains faiblissent. Nous nous accrochons à sa main, et ainsi nous nous tenons la main les uns des autres, nous devenons un unique sujet, et pas seulement une seule chose. C’est moi, mais ce n’est plus moi: voilà la formule de l’existence chrétienne fondée sur le Baptême, la formule de la résurrection à l’intérieur du temps. C’est moi, mais ce n’est plus moi: si nous vivons de cette manière, nous transformons le monde. C’est la formule qui contredit toutes les idéologies de la violence, et c’est le programme qui s’oppose à la corruption et à l’aspiration au pouvoir et à l’avoir.

«Je vis et, vous aussi, vous vivrez», dit Jésus à ses disciples, c’est-à-dire à nous, dans l’Évangile de Jean (14, 19). Nous vivrons par la communion existentielle avec Lui, par le fait d’être incorporés en Lui qui est la vie même. La vie éternelle, l’immortalité bienheureuse, nous ne l’avons pas de nous-mêmes et nous ne l’avons pas en nous-mêmes, mais au contraire par une relation – par la communion existentielle avec Celui qui est la Vérité et l’Amour, et qui est donc éternel, qui est Dieu lui-même. Par elle-même, la simple indestructibilité de l’âme ne pourrait pas donner un sens à une vie éternelle, elle ne pourrait pas en faire une vraie vie. La vie nous vient du fait d’être aimés par Celui qui est la Vie; elle nous vient du fait de vivre-avec Lui et d’aimer-avec Lui. C’est moi, mais ce n’est plus moi: tel est le chemin de la croix, le chemin qui crucifie une existence renfermée seulement sur le moi, ouvrant par-là la route à la joie véritable et durable.

Ainsi nous pouvons, pleins de joie, chanter avec l’Église dans l’Exsultet: «Exultez de joie, multitude des anges, sois heureuse aussi, notre terre». La résurrection est un avènement cosmique, qui comprend le ciel et la terre, et qui les lie l’un à l’autre. Et nous pouvons encore proclamer avec l’Exsultet: «Le Christ, ton Fils... ressuscité des morts, répand sur les humains sa lumière et sa paix, Lui qui règne pour les siècles des siècles». Amen !

[00552-03.01] [Texte original: Italien]

TRADUZIONE IN LINGUA INGLESE

"You seek Jesus of Nazareth, who was crucified. He has risen, he is not here" (Mk 16:6). With these words, God’s messenger, robed in light, spoke to the women who were looking for the body of Jesus in the tomb. But the Evangelist says the same thing to us on this holy night: Jesus is not a character from the past. He lives, and he walks before us as one who is alive, he calls us to follow him, the living one, and in this way to discover for ourselves too the path of life.

"He has risen, he is not here." When Jesus spoke for the first time to the disciples about the Cross and the Resurrection, as they were coming down from the Mount of the Transfiguration, they questioned what "rising from the dead" meant (Mk 9:10). At Easter we rejoice because Christ did not remain in the tomb, his body did not see corruption; he belongs to the world of the living, not to the world of the dead; we rejoice because he is the Alpha and also the Omega, as we proclaim in the rite of the Paschal Candle; he lives not only yesterday, but today and for eternity (cf. Heb 13:8). But somehow the Resurrection is situated so far beyond our horizon, so far outside all our experience that, returning to ourselves, we find ourselves continuing the argument of the disciples: Of what exactly does this "rising" consist? What does it mean for us, for the whole world and the whole of history? A German theologian once said ironically that the miracle of a corpse returning to life - if it really happened, which he did not actually believe - would be ultimately irrelevant precisely because it would not concern us. In fact, if it were simply that somebody was once brought back to life, and no more than that, in what way should this concern us? But the point is that Christ’s Resurrection is something more, something different. If we may borrow the language of the theory of evolution, it is the greatest "mutation", absolutely the most crucial leap into a totally new dimension that there has ever been in the long history of life and its development: a leap into a completely new order which does concern us, and concerns the whole of history.

The discussion, that began with the disciples, would therefore include the following questions: What happened there? What does it mean for us, for the whole world and for me personally? Above all: what happened? Jesus is no longer in the tomb. He is in a totally new life. But how could this happen? What forces were in operation? The crucial point is that this man Jesus was not alone, he was not an "I" closed in upon itself. He was one single reality with the living God, so closely united with him as to form one person with him. He found himself, so to speak, in an embrace with him who is life itself, an embrace not just on the emotional level, but one which included and permeated his being. His own life was not just his own, it was an existential communion with God, a "being taken up" into God, and hence it could not in reality be taken away from him. Out of love, he could allow himself to be killed, but precisely by doing so he broke the definitiveness of death, because in him the definitiveness of life was present. He was one single reality with indestructible life, in such a way that it burst forth anew through death. Let us express the same thing once again from another angle. His death was an act of love. At the Last Supper he anticipated death and transformed it into self-giving. His existential communion with God was concretely an existential communion with God’s love, and this love is the real power against death, it is stronger than death. The Resurrection was like an explosion of light, an explosion of love which dissolved the hitherto indissoluble compenetration of "dying and becoming". It ushered in a new dimension of being, a new dimension of life in which, in a transformed way, matter too was integrated and through which a new world emerges.

It is clear that this event is not just some miracle from the past, the occurrence of which could be ultimately a matter of indifference to us. It is a qualitative leap in the history of "evolution" and of life in general towards a new future life, towards a new world which, starting from Christ, already continuously permeates this world of ours, transforms it and draws it to itself. But how does this happen? How can this event effectively reach me and draw my life upwards towards itself? The answer, perhaps surprising at first but totally real, is: this event comes to me through faith and Baptism. For this reason Baptism is part of the Easter Vigil, as we see clearly in our celebration today, when the sacraments of Christian initiation will be conferred on a group of adults from various countries. Baptism means precisely this, that we are not dealing with an event in the past, but that a qualitative leap in world history comes to me, seizing hold of me in order to draw me on. Baptism is something quite different from an act of ecclesial socialization, from a slightly old-fashioned and complicated rite for receiving people into the Church. It is also more than a simple washing, more than a kind of purification and beautification of the soul. It is truly death and resurrection, rebirth, transformation to a new life.

How can we understand this? I think that what happens in Baptism can be more easily explained for us if we consider the final part of the short spiritual autobiography that Saint Paul gave us in his Letter to the Galatians. Its concluding words contain the heart of this biography: "It is no longer I who live, but Christ who lives in me" (Gal 2:20). I live, but I am no longer I. The "I", the essential identity of man - of this man, Paul - has been changed. He still exists, and he no longer exists. He has passed through a "not" and he now finds himself continually in this "not": I, but no longer I. With these words, Paul is not describing some mystical experience which could perhaps have been granted him, and could be of interest to us from a historical point of view, if at all. No, this phrase is an expression of what happened at Baptism. My "I" is taken away from me and is incorporated into a new and greater subject. This means that my "I" is back again, but now transformed, broken up, opened through incorporation into the other, in whom it acquires its new breadth of existence. Paul explains the same thing to us once again from another angle when, in Chapter Three of the Letter to the Galatians, he speaks of the "promise", saying that it was given to an individual - to one person: to Christ. He alone carries within himself the whole "promise". But what then happens with us? Paul answers: You have become one in Christ (cf. Gal 3:28). Not just one thing, but one, one only, one single new subject. This liberation of our "I" from its isolation, this finding oneself in a new subject means finding oneself within the vastness of God and being drawn into a life which has now moved out of the context of "dying and becoming". The great explosion of the Resurrection has seized us in Baptism so as to draw us on. Thus we are associated with a new dimension of life into which, amid the tribulations of our day, we are already in some way introduced. To live one’s own life as a continual entry into this open space: this is the meaning of being baptized, of being Christian. This is the joy of the Easter Vigil. The Resurrection is not a thing of the past, the Resurrection has reached us and seized us. We grasp hold of it, we grasp hold of the risen Lord, and we know that he holds us firmly even when our hands grow weak. We grasp hold of his hand, and thus we also hold on to one another’s hands, and we become one single subject, not just one thing. I, but no longer I: this is the formula of Christian life rooted in Baptism, the formula of the Resurrection within time. I, but no longer I: if we live in this way, we transform the world. It is a formula contrary to all ideologies of violence, it is a programme opposed to corruption and to the desire for power and possession.

"I live and you will live also", says Jesus in Saint John’s Gospel (14:19) to his disciples, that is, to us. We will live through our existential communion with him, through being taken up into him who is life itself. Eternal life, blessed immortality, we have not by ourselves or in ourselves, but through a relation - through existential communion with him who is Truth and Love and is therefore eternal: God himself. Simple indestructibility of the soul by itself could not give meaning to eternal life, it could not make it a true life. Life comes to us from being loved by him who is Life; it comes to us from living-with and loving-with him. I, but no longer I: this is the way of the Cross, the way that "crosses over" a life simply closed in on the I, thereby opening up the road towards true and lasting joy.

Thus we can sing full of joy, together with the Church, in the words of the Exsultet: "Sing, choirs of angels . . . rejoice, O earth!" The Resurrection is a cosmic event, which includes heaven and earth and links them together. In the words of the Exsultet once again, we can proclaim: "Christ . . . who came back from the dead and shed his peaceful light on all mankind, your Son who lives and reigns for ever and ever". Amen!

[00552-02.01] [Original text: Italian]

TRADUZIONE IN LINGUA TEDESCA

Ihr sucht Jesus von Nazareth, den Gekreuzigten. Er ist auferstanden, er ist nicht hier" (Mk 16, 6). So sagt der ins Gewand des Lichtes gekleidete Gottesbote zu den Frauen, die den Leichnam Jesu im Grab suchen. So sagt es der Evangelist in dieser heiligen Nacht aber auch zu uns: Jesus ist nicht eine Gestalt der Vergangenheit. Er lebt, und als Lebender geht er uns voraus; er ruft uns, ihm, dem Lebenden nachzugehen und so selber den Weg des Lebens zu finden.

Er ist auferstanden... Er ist nicht hier." Als Jesus zum ersten Mal zu den Jüngern von Kreuz und Auferstehung gesprochen hatte, fragten die Jünger einander beim Herabsteigen vom Berg der Verklärung, was das sei „von den Toten auferstehen" (Mk 9, 10). An Ostern freuen wir uns darüber, daß Christus nicht im Grab geblieben, daß sein Leichnam nicht verwest ist; daß er der Welt der Lebenden und nicht der Toten zugehört; daß er – wie wir im Ritus der Osterkerze sagen – Alpha und Omega zugleich ist, also nicht nur gestern ist, sondern heute und in Ewigkeit (vgl. Hebr 13, 8). Aber irgendwie liegt Auferstehung so weit außerhalb unseres Horizonts, außerhalb all unserer Erfahrungen, daß wir, wenn wir in uns gehen, den Disput der Jünger fortführen: Was ist das nun eigentlich „auferstehen"? Was bedeutet es für uns? Für die Welt und die Geschichte im ganzen? Ein deutscher Theologe hat einmal ironisch gesagt, das Mirakel einer wiederbelebten Leiche – wenn es denn stattgefunden habe, was er nicht glaubte – sei letztlich unwichtig, es betreffe uns ja nicht. In der Tat, wenn da nur einer irgendwann einmal wiederbelebt worden wäre, nichts sonst, was sollte uns das angehen? Aber Christi Auferstehung ist eben mehr, ist anderes. Sie ist – wenn wir einmal die Sprache der Evolutionslehre benützen dürfen – die größte „Mutation", der absolut entscheidendste Sprung in ganz Neues hinein, der in der langen Geschichte des Lebens und seiner Entwicklungen geschehen ist: ein Sprung in eine ganz neue Ordnung, der uns angeht und die ganze Geschichte betrifft.

So würde der mit den Jüngern geführte Disput die folgenden Fragen umfassen: Was ist da geschehen? Was bedeutet es für uns, für die Welt im ganzen und für mich persönlich? Zunächst also – was ist geschehen? Jesus ist nicht mehr im Grab. Er ist in einem ganz neuen Leben. Aber wie war das möglich? Welche Kräfte wirkten da? Entscheidend ist, daß dieser Mensch Jesus nicht allein war, kein in sich abgeschlossenes Ich. Er war eins mit dem lebendigen Gott, so sehr eins, daß er nur eine Person mit ihm bildete. Er stand sozusagen nicht nur in einer gefühlsmäßigen, sondern in einer sein Sein umspannenden und es durchdringenden Umarmung mit dem, der das Leben selber ist. Sein eigenes Leben war nicht bloß sein Eigen, es war Mitsein und Insein mit Gott, und daher konnte es ihm gar nicht wirklich genommen werden. Er konnte sich aus Liebe töten lassen, aber gerade so zerbrach er die Endgültigkeit des Todes, weil in ihm die Endgültigkeit des Lebens da war. Er war so eins mit dem unzerstörbaren Leben, daß es durch den Tod hindurch neu aufbrach. Sagen wir dasselbe noch einmal von einer anderen Seite her: Sein Tod war ein Akt der Liebe. Im Abendmahl hat er den Tod vorweggenommen und in eine Gabe seiner selbst umgewandelt. Sein Mitsein mit Gott war konkret Mitsein mit Gottes Liebe, und die ist die wahre Macht gegen den Tod, stärker als der Tod. Auferstehung war gleichsam eine Explosion des Lichts, eine Explosion der Liebe, die das bislang unauflösbare Geflecht von „Stirb und Werde" aufgelöst hat. Sie hat eine neue Dimension des Seins, des Lebens eröffnet, in die verwandelt auch die Materie hineingeholt ist und durch die eine neue Welt heraufsteigt.

Es ist klar, daß dieses Ereignis nicht irgendein vergangenes Mirakel darstellt, dessen Tatsächlichkeit uns letztlich gleichgültig sein könnte. Es ist ein Durchbruch in der Geschichte „der Evolution" und des Lebens überhaupt zu einem neuen künftigen Leben; zu einer neuen Welt, die von Christus her immerfort schon in diese unsere Welt eindringt, sie umgestaltet und an sich zieht. Aber wie geschieht das? Wie kann dieses Ereignis wirklich bei mir ankommen und mein Leben in sich hinein- und hinaufziehen? Die zunächst vielleicht überraschend erscheinende, aber ganz reale Antwort darauf lautet: Es kommt zu mir durch Glaube und Taufe. Deswegen gehört die Taufe zur Osternacht; das wird auch in dieser Feier unterstrichen durch die Spendung der Sakramente der christlichen Initiation an einige Erwachsene aus verschiedenen Ländern. Die Taufe bedeutet genau dies, daß wir nicht von einem vergangenen Ereignis reden hören, sondern daß ein weltgeschichtlicher Durchbruch zu mir kommt und nach mir greift. Taufe ist etwas ganz anderes als ein Akt kirchlicher Sozialisierung, als eine etwas altmodische und umständliche Form, Menschen in die Kirche aufzunehmen. Sie ist auch mehr als eine bloße Abwaschung, als eine Art seelischer Reinigung und Verschönerung. Sie ist wirklich Tod und Auferstehung, Wiedergeburt, Umbruch in ein neues Leben hinein.

Wie sollen wir das verstehen? Ich denke, was da geschieht, werde uns am ehesten klar, wenn wir den Schluß der kleinen geistlichen Autobiographie ansehen, die uns Paulus in seinem Galater-Brief geschenkt hat. Sie schließt mit den Worten, die zugleich den Kern dieser Biographie beinhalten: Ich lebe, doch „nicht mehr ich, sondern Christus lebt in mir" (Gal 2, 20). Ich, doch nicht mehr ich. Das Ich selber, die eigentliche Identität des Menschen – dieses Menschen Paulus – ist verändert worden. Er existiert noch, und er existiert nicht mehr. Er ist durch ein „Nicht" hindurchgegangen und steht immerfort in diesem „Nicht". Ich, doch „nicht" mehr ich. Paulus beschreibt damit nicht irgendein mystisches Erlebnis, das ihm etwa geschenkt worden wäre und das uns im letzten allenfalls historisch interessieren könnte. Nein, dieser Satz ist Ausdruck dessen, was in der Taufe geschah. Das eigene Ich wird mir genommen und eingefügt in ein größeres, in ein neues Subjekt. Dann ist es wieder da, aber eben verwandelt, umgebrochen, aufgebrochen durch die Zugehörigkeit zum anderen, in dem es seinen neuen Existenzraum hat. Paulus macht uns dasselbe noch einmal von einer anderen Seite her klar, wenn er im dritten Kapitel des Galater-Briefs von der Verheißung spricht und sagt, daß sie im Singular gegeben sei – nur einem: Christus. Er allein trägt alle Verheißung in sich. Aber was ist dann mit uns? Ihr seid einer geworden in Christus, sagt Paulus dazu (vgl. 3, 28). Nicht eins, sondern einer, ein einziger, ein einziges neues Subjekt. Diese Befreiung unseres Ich aus seiner Isolation, dieses Stehen in einem neuen Subjekt ist Stehen in der Weite Gottes und Hineingerissensein in ein Leben, das aus dem Zusammenhang von Stirb und Werde herausgetreten ist, jetzt schon. Die große Explosion der Auferstehung hat in der Taufe nach uns gegriffen. So gehören wir einer neuen Dimension des Lebens zu, in die wir mitten in den Bedrängnissen dieser Zeit schon hineingehalten sind. In diesen offenen Raum hineinzuleben, das heißt getauft sein, das heißt Christ sein. Das ist die Freude der Osternacht. Die Auferstehung ist nicht vergangen, die Auferstehung hat nach uns gegriffen, hat uns ergriffen. An ihr, das heißt am auferstandenen Herrn halten wir uns fest, und wir wissen: Er hält uns fest, wenn unsere Hände zu schwach werden. An ihm halten wir uns fest, so halten wir auch einander fest, werden einer, nicht nur eins. Ich, doch nicht mehr ich: Das ist die von der Taufe vorgegebene Formel der christlichen Existenz, die Formel der Auferstehung mitten in der Zeit. Ich, doch nicht mehr ich: Wenn wir so leben, gestalten wir die Welt um. Es ist die Gegenformel zu allen Ideologien der Gewalt und das Gegenprogramm zu Korruption und Suche nach Macht und Habe.

Ich lebe und ihr werdet leben", sagt Jesus im Johannes-Evangelium (14, 19) zu seinen Jüngern, das heißt zu uns. Wir leben durch das Mitsein mit ihm, durch das Angeheftetsein an ihn, der das Leben selber ist. Ewiges Leben, selige Unsterblichkeit haben wir nicht aus uns selbst und nicht in uns selbst, sondern durch eine Relation – durch das Mitsein mit dem, der die Wahrheit und die Liebe und darum ewig, Gott selber ist. Die bloße Unzerstörbarkeit der Seele allein könnte ewigem Leben keinen Sinn geben, es nicht zu wirklichem Leben machen. Leben kommt uns aus dem Geliebtsein von dem, der das Leben ist; aus dem Mitlieben und Mitleben mit ihm. Ich, doch nicht mehr ich: Das ist der Weg des Kreuzes, der Durchkreuzung einer bloß ins Ich eingeschlossenen Existenz, und gerade so öffnet sich die wahre, die bleibende Freude.

So können wir mit der Kirche voll Freude im Exsultet singen: „Frohlocket, ihr Chöre der Engel... Lobsinge, du Erde!". Die Auferstehung ist ein kosmisches Ereignis, das Himmel und Erde umfaßt und zueinander bringt. Und ebenso können wir mit dem Exsultet rufen: „Dein Sohn, unser Herr Jesus Christus, der von den Toten erstand, der den Menschen erstrahlt in österlichem Licht – er lebt und herrscht in Ewigkeit."

Amen!

[00552-05.02] [Originalsprache: Italienisch]

TRADUZIONE IN LINGUA SPAGNOLA

«¿Buscáis a Jesús el Nazareno, el crucificado? No está aquí, ha resucitado» (Mc 16, 6). Así dijo el mensajero de Dios, vestido de blanco, a las mujeres que buscaban el cuerpo de Jesús en el sepulcro. Y lo mismo nos dice también a nosotros el evangelista en esta noche santa: Jesús no es un personaje del pasado. Él vive y, como ser viviente, camina delante de nosotros; nos llama a seguirlo a Él, el viviente, y a encontrar así también nosotros el camino de la vida.

«Ha resucitado..., no está aquí». Cuando Jesús habló por primera vez a los discípulos sobre la cruz y la resurrección, éstos, mientras bajaban del monte de la Transfiguración, se preguntaban qué querría decir eso de «resucitar de entre los muertos» (Mc 9, 10). En Pascua nos alegramos porque Cristo no ha quedado en el sepulcro, su cuerpo no ha conocido la corrupción; pertenece al mundo de los vivos, no al de los muertos; nos alegramos porque Él es –como proclamamos en el rito del cirio pascual– Alfa y al mismo tiempo Omega, y existe por tanto, no sólo ayer, sino también hoy y por la eternidad (cf. Hb 13, 8). Pero, en cierto modo, vemos la resurrección tan fuera de nuestro horizonte, tan extraña a todas nuestras experiencias, que, entrando en nosotros mismos, continuamos con la discusión de los discípulos: ¿En qué consiste propiamente eso de «resucitar»? ¿Qué significa para nosotros? ¿Y para el mundo y la historia en su conjunto? Un teólogo alemán dijo una vez con ironía que el milagro de un cadáver reanimado –si es que eso hubiera ocurrido verdaderamente, algo en lo que no creía– sería a fin de cuentas irrelevante para nosotros porque, justamente, no nos concierne. En efecto, el que solamente una vez alguien haya sido reanimado, y nada más, ¿de qué modo debería afectarnos? Pero la resurrección de Cristo es precisamente algo más, una cosa distinta. Es –si podemos usar por una vez el lenguaje de la teoría de la evolución– la mayor «mutación», el salto más decisivo en absoluto hacia una dimensión totalmente nueva, que se haya producido jamás en la larga historia de la vida y de sus desarrollos: un salto de un orden completamente nuevo, que nos afecta y que atañe a toda la historia.

Por tanto, la discusión comenzada con los discípulos comprendería las siguientes preguntas: ¿Qué es lo que sucedió allí? ¿Qué significa eso para nosotros, para el mundo en su conjunto y para mí personalmente? Ante todo: ¿Qué sucedió? Jesús ya no está en el sepulcro. Está en una vida nueva del todo. Pero, ¿cómo pudo ocurrir eso? ¿Qué fuerzas han intervenido? Es decisivo que este hombre Jesús no estuviera solo, no fuera un Yo cerrado en sí mismo. Él era uno con el Dios vivo, unido talmente a Él que formaba con Él una sola persona. Se encontraba, por así decir, en un mismo abrazo con Aquél que es la vida misma, un abrazo no solamente emotivo, sino que abarcaba y penetraba su ser. Su propia vida no era solamente suya, era una comunión existencial con Dios y un estar insertado en Dios, y por eso no se le podía quitar realmente. Él pudo dejarse matar por amor, pero justamente así destruyó el carácter definitivo de la muerte, porque en Él estaba presente el carácter definitivo de la vida. Él era una cosa sola con la vida indestructible, de manera que ésta brotó de nuevo a través de la muerte. Expresemos una vez más lo mismo desde otro punto de vista. Su muerte fue un acto de amor. En la última Cena, Él anticipó la muerte y la transformó en el don de sí mismo. Su comunión existencial con Dios era concretamente una comunión existencial con el amor de Dios, y este amor es la verdadera potencia contra la muerte, es más fuerte que la muerte. La resurrección fue como un estallido de luz, una explosión del amor que desató el vínculo hasta entonces indisoluble del «morir y devenir». Inauguró una nueva dimensión del ser, de la vida, en la que también ha sido integrada la materia, de manera transformada, y a través de la cual surge un mundo nuevo.

Está claro que este acontecimiento no es un milagro cualquiera del pasado, cuya realización podría ser en el fondo indiferente para nosotros. Es un salto cualitativo en la historia de la «evolución» y de la vida en general hacia una nueva vida futura, hacia un mundo nuevo que, partiendo de Cristo, entra ya continuamente en este mundo nuestro, lo transforma y lo atrae hacia sí. Pero, ¿cómo ocurre esto? ¿Cómo puede llegar efectivamente este acontecimiento hasta mí y atraer mi vida hacia Él y hacia lo alto? La respuesta, en un primer momento quizás sorprendente pero completamente real, es la siguiente: dicho acontecimiento me llega mediante la fe y el bautismo. Por eso el Bautismo es parte de la Vigilia pascual, como se subraya también en esta celebración con la administración de los sacramentos de la iniciación cristiana a algunos adultos de diversos países. El Bautismo significa precisamente que no es un asunto del pasado, sino un salto cualitativo de la historia universal que llega hasta mí, tomándome para atraerme. El Bautismo es algo muy diverso de un acto de socialización eclesial, de un ritual un poco fuera de moda y complicado para acoger a las personas en la Iglesia. También es más que una simple limpieza, una especie de purificación y embellecimiento del alma. Es realmente muerte y resurrección, renacimiento, transformación en una nueva vida.

¿Cómo lo podemos entender? Pienso que lo que ocurre en el Bautismo se puede aclarar más fácilmente para nosotros si nos fijamos en la parte final de la pequeña autobiografía espiritual que san Pablo nos ha dejado en su Carta a los Gálatas. Concluye con las palabras que contienen también el núcleo de dicha biografía: «Vivo yo, pero no soy yo, es Cristo quien vive en mí» (2, 20). Vivo, pero ya no soy yo. El yo mismo, la identidad esencial del hombre –de este hombre, Pablo– ha cambiado. Él todavía existe y ya no existe. Ha atravesado un «no» y sigue encontrándose en este «no»: Yo, pero «no» más yo. Con estas palabras, Pablo no describe una experiencia mística cualquiera, que tal vez podía habérsele concedido y, si acaso, podría interesarnos desde el punto de vista histórico. No, esta frase es la expresión de lo que ha ocurrido en el Bautismo. Se me quita el propio yo y es insertado en un nuevo sujeto más grande. Así, pues, está de nuevo mi yo, pero precisamente transformado, bruñido, abierto por la inserción en el otro, en el que adquiere su nuevo espacio de existencia. Pablo nos explica lo mismo una vez más bajo otro aspecto cuando, en el tercer capítulo de la Carta a los Gálatas, habla de la «promesa» diciendo que ésta se dio en singular, a uno solo: a Cristo. Sólo él lleva en sí toda la «promesa». Pero, ¿qué sucede entonces con nosotros? Vosotros habéis llegado a ser uno en Cristo, responde Pablo (cf. Ga 3, 28). No sólo una cosa, sino uno, un único, un único sujeto nuevo. Esta liberación de nuestro yo de su aislamiento, este encontrarse en un nuevo sujeto es un encontrarse en la inmensidad de Dios y ser trasladados a una vida que ha salido ahora ya del contexto del «morir y devenir». El gran estallido de la resurrección nos ha alcanzado en el Bautismo para atraernos. Quedamos así asociados a una nueva dimensión de la vida en la que, en medio de las tribulaciones de nuestro tiempo, estamos ya de algún modo inmersos. Vivir la propia vida como un continuo entrar en este espacio abierto: éste es el sentido del ser bautizado, del ser cristiano. Ésta es la alegría de la Vigilia pascual. La resurrección no ha pasado, la resurrección nos ha alcanzado e impregnado. A ella, es decir al Señor resucitado, nos sujetamos, y sabemos que también Él nos sostiene firmemente cuando nuestras manos se debilitan. Nos agarramos a su mano, y así nos damos la mano unos a otros, nos convertimos en un sujeto único y no solamente en una sola cosa. Yo, pero no más yo: ésta es la fórmula de la existencia cristiana fundada en el bautismo, la fórmula de la resurrección en el tiempo. Yo, pero no más yo: si vivimos de este modo transformamos el mundo. Es la fórmula de contraste con todas las ideologías de la violencia y el programa que se opone a la corrupción y a las aspiraciones del poder y del poseer.

«Viviréis, porque yo sigo viviendo», dice Jesús en el Evangelio de San Juan (14, 19) a sus discípulos, es decir, a nosotros. Viviremos mediante la comunión existencial con Él, por estar insertos en Él, que es la vida misma. La vida eterna, la inmortalidad beatífica, no la tenemos por nosotros mismos ni en nosotros mismos, sino por una relación, mediante la comunión existencial con Aquél que es la Verdad y el Amor y, por tanto, es eterno, es Dios mismo. La mera indestructibilidad del alma, por sí sola, no podría dar un sentido a una vida eterna, no podría hacerla una vida verdadera. La vida nos llega del ser amados por Aquél que es la Vida; nos viene del vivir con Él y del amar con Él. Yo, pero no más yo: ésta es la vía de la Cruz, la vía que «cruza» una existencia encerrada solamente en el yo, abriendo precisamente así el camino a la alegría verdadera y duradera.

De este modo, llenos de gozo, podemos cantar con la Iglesia en el Exultet: «Exulten por fin los coros de los ángeles... Goce también la tierra». La resurrección es un acontecimiento cósmico, que comprende cielo y tierra, y asocia el uno con la otra. Y podemos proclamar también con el Exultet: «Cristo, tu hijo resucitado... brilla sereno para el linaje humano, y vive y reina glorioso por los siglos de los siglos». Amén.

[00552-04.01] [Texto original: Italiano]

TRADUZIONE IN LINGUA PORTOGHESE

«Procurais Jesus, o Crucificado. Não está aqui: ressuscitou» (Mc 16, 6). Deste modo se dirige às mulheres, que vão ao túmulo procurar o corpo de Jesus, o mensageiro de Deus, revestido de luz. Mas, nesta noite santa, o evangelista diz o mesmo a nós: Jesus não é um personagem do passado. Ele está vivo, e como vivente caminha à nossa frente; chama-nos a segui-Lo a Ele, o Vivente, e a encontrar deste modo também nós o caminho da vida.

«Ressuscitou… Não está aqui». A primeira vez que Jesus falou da cruz e da ressurreição aos discípulos, estes, enquanto desciam do monte da Transfiguração, interrogavam-se o que queria dizer «ressuscitar dos mortos» (Mc 9, 10). Na Páscoa, alegramo-nos porque Cristo não ficou no sepulcro, o seu corpo não conheceu a corrupção; pertence ao mundo dos vivos, não ao dos mortos; alegramo-nos porque – como proclamamos no rito do Círio Pascal – Ele é o Alfa e simultaneamente o Ómega, e portanto a sua existência é não apenas de ontem, mas de hoje e por toda a eternidade (cf. Heb 13, 8). Todavia, a ressurreição está de tal modo colocada fora do nosso horizonte, que, reentrando em nós mesmos, damos connosco a continuar a discussão dos discípulos: Em que consiste propriamente o «ressuscitar»? Que significado tem para nós? Para o mundo e a história no seu todo? Uma vez, um teólogo alemão afirmou ironicamente que o milagre dum cadáver reanimado – se é que isso verdadeiramente se verificou, facto em que ele, porém, não acreditava – seria, tudo somado, irrelevante precisamente porque não nos diria respeito. Com efeito, se tivesse sido reanimado uma vez apenas um tal, e nada mais… de que modo isso teria a ver connosco? Mas, a ressurreição de Cristo é exactamente algo mais, é uma realidade diversa. É – se nos é permitido por uma vez usar a linguagem da teoria da evolução – a maior «mutação», em absoluto o salto mais decisivo para uma dimensão totalmente nova, como nunca se tinha verificado na longa história da vida e dos seus avanços: um salto para uma ordem completamente nova, que tem a ver connosco e diz respeito a toda a história.

A discussão, que teve início com os discípulos, incluiria, pois, as seguintes questões: O que é que sucedeu então? Que significado tem isso para nós, para o mundo no seu todo e para mim pessoalmente? Antes de mais nada: o que é que aconteceu? Jesus já não está no sepulcro. Está numa vida inteiramente nova. Mas, como foi possível acontecer isso? Que forças intervieram lá? Decisivo é o facto de que este homem Jesus não estava só, não era um Eu fechado em si mesmo. Ele era um só com o Deus vivo, unido de tal modo a Ele que formava com Ele uma única pessoa. Encontrava-Se, por assim dizer, num abraço com Aquele que é a própria vida, um abraço não apenas sentimental, mas que englobava e penetrava o seu ser. A sua própria vida não era própria apenas d’Ele, era uma comunhão existencial com Deus e um ser inserido em Deus, e por isso não podia realmente ser-Lhe tirada. Por amor, pôde deixar-Se matar, mas precisamente assim rompeu o carácter definitivo da morte, porque n’Ele estava presente a dimensão definitiva da vida. Ele era um só com a vida indestrutível, de modo que esta, através da morte, desabrochou de novo. Podemos exprimir a mesma coisa uma vez mais, mas partindo de outro lado. A sua morte foi um acto de amor. Na Última Ceia, Ele antecipou a morte e transformou-a no dom de Si mesmo. A sua comunhão existencial com Deus era, em concreto, uma comunhão existencial com o amor de Deus, e este amor é a verdadeira força contra a morte, é mais forte do que a morte. A ressurreição foi como que uma explosão de luz, uma explosão do amor que desfez o nó até então indissolúvel entre «morre e transforma-se». Aquela inaugurou uma nova dimensão do ser, da vida, na qual, de modo transformado, se integrou também a matéria, e através da qual surge um mundo novo.

É claro que este acontecimento não é um milagre qualquer do passado, cuja realização ou não, no fundo, nos pudesse ser indiferente. É um salto de qualidade na história da «evolução» e da vida em geral para uma nova vida futura, para um mundo novo que, a começar de Cristo, incessantemente penetra já neste nosso mundo, transforma-o e atrai-o a si. Mas, como se verifica isto? Como pode este acontecimento chegar efectivamente até mim e atrair a minha vida para si e para o alto? A resposta, à primeira vista talvez surpreendente mas totalmente real, é: tal acontecimento chega até mim através da fé e do Baptismo. Por isso, o Baptismo faz parte da Vigília Pascal, como se evidencia também nesta celebração com a administração dos Sacramentos da Iniciação cristã a alguns adultos originários de vários Países. O Baptismo significa precisamente isto: que não está em questão um facto do passado, mas que um salto de qualidade da história universal chega até mim envolvendo-me para me atrair. O Baptismo é algo muito diverso de um acto de socialização eclesial, de um rito um pouco fora de moda e complicado para acolher as pessoas na Igreja. É também mais do que uma simples lavagem, do que uma espécie de purificação e embelezamento da alma. É realmente morte e ressurreição, renascimento, transformação numa vida nova.

Como podemos compreendê-lo? Penso que será mais fácil de esclarecer o que acontece no Baptismo se formos ver a parte final da breve autobiografia espiritual, que São Paulo nos ofereceu na sua Carta aos Gálatas. De facto, as suas palavras conclusivas encerram o núcleo desta biografia: «Já não sou eu que vivo, é Cristo que vive em mim» (Gal 2, 20). Vivo, mas já não sou eu. O próprio eu, a identidade essencial do homem – deste homem, Paulo – foi modificada. Ele existe ainda, e já não existe. Atravessou um «não» e encontra-se continuamente neste «não»: Eu, mas já «não» eu. Com estas palavras, Paulo não descreve qualquer experiência mística que porventura lhe tivesse sido concedida e que poderia interessar-nos, quando muito, sob o ponto de vista histórico. Não, esta frase é a expressão do que aconteceu no Baptismo. O meu eu próprio é-me tirado e inserido num novo sujeito maior. Tenho de novo o meu eu, mas agora transformado, trabalhado, aberto por meio da inserção no Outro, no Qual adquire o seu novo espaço de existência. Paulo explica-nos a mesma coisa, uma vez mais e sob outro aspecto, quando, no terceiro capítulo da Carta aos Gálatas, fala da «promessa» dizendo que esta foi feita no singular – a um só: a Cristo. Só Ele traz consigo toda a «promessa». Mas o que é feito então de nós? Vós tornastes-vos um em Cristo – responde Paulo (Gal 3, 28). Não um só, mas um, um único, um único sujeito novo. Esta libertação do nosso eu do seu isolamento, este achar-se num novo sujeito é encontrar-se na imensidão de Deus e ter sido arrebatado para uma vida que saiu, já agora, do contexto do «morre e transforma-se». A grande explosão da ressurreição agarrou-nos no Baptismo para nos atrair. Deste modo ficamos associados a uma nova dimensão da vida, na qual nos encontramos já de algum modo inseridos, no meio das tribulações do nosso tempo. Viver a própria vida como um contínuo entrar neste espaço aberto: tal é o significado do ser baptizado, do ser cristão. É esta a alegria da Vigília Pascal. A ressurreição não passou, a ressurreição alcançou-nos e agarrou-nos. A ela, isto é, ao Senhor ressuscitado nos agarramos, sabendo que Ele nos segura firmemente, mesmo quando as nossas mãos se debilitam. Agarramo-nos à sua mão, e assim seguramos também as mãos uns dos outros, tornamo-nos um único sujeito, não apenas um só. Eu, mas já não eu: tal é a fórmula da existência cristã fundada no Baptismo, a fórmula da ressurreição dentro do tempo. Eu, mas já não eu: se vivemos deste modo, transformamos o mundo. É a fórmula que contrasta todas as ideologias da violência, e o programa que se opõe à corrupção e à ambição do poder e do possuir.

«Eu vivo, e vós vivereis» – diz Jesus no Evangelho de João (14, 19) aos seus discípulos, isto é, a nós. Viveremos através da comunhão existencial com Ele, através do estar inseridos n’Ele que é a própria vida. A vida eterna, a bem-aventurada imortalidade, não a possuímos por nós mesmos nem a temos em nós mesmos, mas ao invés por meio duma relação – por meio da comunhão existencial com Aquele que é a Verdade e o Amor e, consequentemente, é eterno, é o próprio Deus. A mera indestrutibilidade da alma não poderia por si só dar um sentido a uma vida eterna, não poderia torná-la uma vida verdadeira. A vida vem-nos de ser amados por Aquele que é a Vida; vem-nos de viver com Ele e de amar com Ele. Eu, mas já não eu: é este o caminho da cruz, o caminho que «cruza» uma existência fechada apenas no eu, abrindo assim precisamente a estrada para a alegria verdadeira e duradoura.

Deste modo podemos, cheios de alegria, juntamente com a Igreja cantar no Precónio: «Exulte de alegria a multidão dos anjos (…). Rejubile também a terra». A ressurreição é um acontecimento cósmico, que engloba céu e terra e os associa um à outra. E ainda com o Precónio podemos proclamar: «Jesus Cristo vosso Filho (…), ressuscitando de entre os mortos, iluminou o género humano com a sua luz e a sua paz e vive glorioso pelos séculos dos séculos». Amen!

[00552-06.01] [Texto original: Italiano]

[B0190-XX.01]